WEN – Scelte – Accettare – Una insolita alba – Antonietta Toso

La notte che m’imbarcai non volevo credere che là dove eravamo diretti fosse mezzogiorno.   

Osservavo inebetito Francesco, mio fratello, che pieno di entusiasmo correva fuori e dentro dalla casa mezza diroccata di zia Silvia, dove abitavamo. La nostra, bombardata dagli americani nella seconda guerra mondiale, aveva ancora i sigilli che i vigili del fuoco avevano affisso sulle porte e sulle finestre. 

Francesco radunava le valigie di mamma e papà, le metteva vicino alla porta. Accanto piantò la sua: grande, esagerata, così come tutto di Francesco mi appariva esagerato da bambino. La bocca, il naso, le mani che tanto avevo temuto, tuttora assomigliavano alle zampe di un palmipede.

«Giuseppe cosa ci fai rannicchiato in quell’angolo? Dov’è la tua roba? Hai undici anni, non crederai mica che te la prepari io?»

Non risposi. Alzai lo sguardo verso il suo opprimente metro e ottanta quindi lo abbassai sui suoi piedi. Più li osservavo, più diventavano grandi. Avvertii qualcosa di acre scivolare giù per la trachea. Negli anni capii che si chiamava rabbia. 

Non capii, invece, perché mio fratello fosse così felice. L’idea che non avrei rivisto mai più la mia terra, si trasformò improvvisamente in lacrime e singhiozzi.

«Non darti tante arie solo perché sei più grande» bofonchiai tirando su con il naso.

Mia madre si avvicinò. Mi accarezzò i capelli.

«Non te la prendere, Giuseppe. Non ti arrabbiare con Francesco. Gli devi rispetto, è il tuo fratello maggiore.»

«Sì, ricordaglielo, mamma. Di ben dieci anni» fece eco il figlio prediletto.

Mia madre finse d’ignorarlo. Disse: «L’Australia è la terra del domani. Del tuo futuro e del nostro. Te lo avevo spiegato. Eri d’accordo o sbaglio? Ricordi?»

Sospirai. «Sì, lo so ma questo futuro è arrivato troppo in fretta. Dovevamo partire fra sei mesi.»

«Si sono liberati dei posti. Dovresti ringraziare il Signore, Gesù, la Madonna.»

«Sì, e poi? Chi altro?» 

«Vuoi rimanere qui con zia Silvia? È questo che vuoi?»

«Davvero? Te ne andresti senza di me? Non ci credo» piagnucolai.

Mamma non rispose.

Chi tace acconsente.

Un nuovo moto d’ira si trastullò nella mia schiena. Mamma aveva il coraggio di mettermi davanti a un bivio: da un lato c’erano lei, papà, mio fratello, dall’altro zia Silvia, i cugini, il mio paese, gli amici, il gelataio preferito, le maestre, la scuola, l’oratorio, la chiesa. Il prete. Le partite di pallone della domenica, il mare, la nostra casa e anche Josefina, la lavandaia che ci aveva tirati su. In pratica il mondo intero.

Fu in quel momento che s’intrufolò nella mia mente l’idea che la vita fosse un insieme di svolte, esito di scelte azzardate. Che fosse la mera conseguenza di un sì o di un no.

Mi allontanai dal mio angolo di dolore, lasciai il muro del pianto e raccolsi le mie cose. Due paia di calzini rammendati, due di mutande, due maglie della salute, due fazzoletti bianchi come la luna. Un maglione.

Erano robe da poverelli, ben piegate ma pulite. Le misi dentro una valigetta di cartone. Infilai l’album delle fotografie e la raccolta dei francobolli in una busta di plastica da portare sottobraccio. Raccolsi il pallone, lo fissai per un attimo e lo calciai nel cortile.

«Bravo» disse Francesco, distratto.

Corsi ad abbracciare zia Silvia. «Ti verrò a trovare. Cerca marito, mi raccomando che sei ancora bella. Non rimanere zitella.»

«Si nicu. Pensa a crisciri bene e a fare fortuna laggiù in Australia» disse, fazzoletto in mano.

«Cosa fai Giuseppe? Vieni. È arrivato l’autobus» urlava mio fratello.

«Un attimo» gli gridai appresso.

Portai la mano destra al cuore. Chistu pirò u lascio ca.

Salutai i grigi, i celesti, i rosa, le ombre sudice di muffa delle case, i muri fumosi e screpolati. Respirai, per l’ultima volta, l’odore della sconfitta, di Milazzo presa, sfinita.

Prima dell’alba dell’undici gennaio millenovecento cinquantadue mi trovai dinanzi all’ineludibile, Messina era a due passi da quel che si diceva fosse il sogno australiano, a cento metri dalla scaletta d’imbarco della nave Australia pronta a insaccare la miseria di una fila interminabile di gente e a esiliare i piegati e i vinti come me. Il cuore della Sicilia, quelli di ogni regione si estendevano davanti ai miei occhi, erano tutti là, in quei saluti, in quelle raccomandazioni, in quegli addii. Un numero incalcolabile di persone stipava il porto. Braccia alzate sventolavano fazzoletti di ogni colore. Feci lo stesso

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