
Sul gradino
Sulle scale di casa mia c’è un gradino più scuro degli altri. Il sesto mi sembra. È di pietra e
vecchio di cent’anni come il quinto, il settimo e via dicendo ma è diverso.
Sarà la pioggia che ci ristagna, il sole che lo brucia con impegno o la notte che lo ha scelto
per starci quanto vuole. Per irruvidirlo e inumidirlo. Fino a renderlo sospetto agli occhi di
chi viene a farmi visita.
Se arrivano con un dolce me lo porgono dallo scalino di sotto, con le braccia protese in
avanti. O stringono il corrimano appoggiando la punta della scarpa prima di salirci. Alcuni
lo scavalcano. Giunti al settimo gradino tutti si voltano a guardare in giù.
Poi guardano me…
Come se si aspettassero che il silenzio con cui li attendo sulla soglia si sciogliesse in
scuse per l’elemento stonato della serie ordinata, come se mi toccasse ristabilire l’ordine
delle cose e ammettere che tra i miei gradini ce n’è uno di cui vergognarsi.
Altrimenti iniziano a pensare a una muta e complice somiglianza tra il gradino e me. Per
quale altro motivo non rido e non rompo l’imbarazzo promettendo di farlo rimettere a
posto?
Notano anche sulla mia faccia le stesse rughe, le crepe oblique che hanno inceppato il
loro passo, sul mio corpo zone oblique e scivolose.
Mi guardano come se non mi conoscessero più e tornano di rado a trovarmi.
Io allora sul sesto gradino mi siedo a leggere, d’estate, appoggiata al muro.

Rispondi