
(Una storia semi vera)
Mi chiamo Giusy e ieri ho spento settanta due candeline, ma l’ho dovuto fare con l’aiuto di mio nipote. Niente regali, l’unica cosa che vorrei davvero non me la può donare nessuno, devo farlo io, lo so, ma non è facile, significherebbe abbandonare un sogno.
Solo qualche anno fa ero in pensione e potevo dedicarmi al giardino che circonda la mia casa, mi è sempre piaciuto coltivare piante e fiori. Sono nata nella casa della mia famiglia, tutti i miei fratelli e i miei genitori sono nati là, tra le vie di un piccolo paese di montagna, poche anime, ma tutte brave persone disponibili e generose.
In quel paese mi sono sposata, sono diventata madre, nonna e purtroppo vedova. Mio marito riposa al cimitero del paese e prima di rientrare, ogni giorno, gli facevo una visita con una piantina nuova o un mazzo di fiori freschi. Mi piaceva pulire la sua nuova dimora, era come prendermi ancora cura di lui: se ne era andato troppo presto, un attacco di cuore avevano detto i medici, uno di quelli inesorabili.
Era bello fare la nonna: inventare favole, giocare a nascondino, saltare alla corda; vi sembrerà strano, ma essendo magra, riuscivo a competere con loro al salto alla corda. Era bello poi divorare insieme la merenda che preparavo loro. Quando non avevo i nipoti mi alzavo più tardi e me ne andavo per mercati a cercare qualcosa per rinnovare il mio guardaroba o un oggetto per il giardino.
Gratifica tenersi in ordine: i capelli, gli accessori e i vestiti curati rendono l’individuo naturale e garbato.
Poi, una mattina, mi sono alzata troppo presto, ho trovato il cimitero chiuso e ho deviato dal mio percorso abituale con l’intento di perdere tempo. La persona che andava al lavoro di fretta a bordo del suo scooter non mi ha visto sulle striscie pedonali e mi ha preso in pieno.
Un volo, una caduta rovinosa, un dolore sordo e poi il buio.
Quante volte, in ospedale, ingessata, bloccata nell’attesa di guarire, ho pensato che sarebbe bastato svegliarsi alla solita ora per continuare il tran tran regolare e sereno di prima, quante volte ho pianto consapevole dell’incapacità di riavvolgere il tempo. La cosa che mi faceva più male era scoprire quanto velocemente tutto ciò che si ritiene importante possa sparire, basta un attimo.
Dalla nuova condizione speravo di uscirne e ho iniziato un lungo calvario tra fisioterapisti, centri neurologichi, idrokinesiterapie, centri di riabilitazione, ma a casa ci sono tornata sulle ruote della carrozzina.
Soffrivo la mia nuova condizione, avevo bisogno di tutto e di tutti, sempre. Questo mi costringeva a pensare a quanto avevo perso; in un mondo costruito per le persone sane, la vita per un invalido è dura, non solo, medici e infermieri dovrebbero mostrare più comprensione con chi, come me, ha perso tutto in un attimo, invece di borbottare e farti sentire una vecchia ciabatta con pannolone. L’indipendenza personale era un’utopia ormai, guardavo fuori dalla finestra e mi trovavo a piangere, la depressione si impossessa di me quando il sole calava. A volte pensavo come sarebbe stato meglio che non mi fossi svegliata dal coma. Poi arriva lei, la mia amica e continua a dirmi che devo, che posso essere felice, nonostante tutto: devo solo accettare la mia nuova condizione.
Ci proverò!
Oggi sono serena, difficilmente rimugino su quella manciata di minuti che ha cambiato la mia vita, ho imparato ad accettare la mia condizione di semi paralizzata e questa carrrozzina non è più così terribile.
Milena Beltrandi

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