WEN – SCHIZOFRENIA – Schizofrenia – Nilde Casale

Il periodo della sua infermità psicologica è stato caratterizzato da una quasi totale incapacità di esprimersi. Era l’inizio della malattia e non lo abbiamo capito. Le stranezze e “Lascia stare, è fatto così” facevano parte del suo modo di essere e del nostro modo di reagire alle sue “stravaganze”.
Non dormiva più. Passava la notte cambiando i canali. Al risveglio, faccia truce, bocca calata, la visiera e la mascherina dicono: “Stammi alla larga”.
Nuovo look: clochard.
A un certo punto, prese a stare fermo immobile, in piedi, dietro la tenda del salotto. Il rito iniziava all’imbrunire. Restava al buio, tra la tenda e i vetri con la tapparella abbassata. Spiava dalle fessure i movimenti della casa di fronte e il via vai degli avventori del bar.
Si spostava solo per andare in bagno e per venire in cucina all’ora di cena. Non una parola.
A tavola, infilza la forchetta con inutile forza, sembra aver dimenticato le buone maniere.  Otto ore dietro la tenda a spiare il nulla, nel più profondo silenzio.
«Spengi! Mi vede!»
«Chi?»
«Quello stronzo!»
«Ma chi?»
«Lo so io chi, quello cerca rogne. Sta girando intorno alla mia macchina».
Mi avvicino, al buio convinta di stare per sventare il furto: «Ah sì, ma è Cesare!».
Incredulo, strizza gli occhi come per vederci meglio «È Cesare, davvero! Ma vedi tu!»
«Cesare che se ne fa della tua macchina?». 
«Ma figurati, non l’ho riconosciuto! Inizio ad avere problemi di vista».
«Può darsi, domani prenoteremo una visita se vuoi, così ci togliamo anche questo pensiero».
«Vedrò. Mi scoccia dare cento euro anche a questo, come all’otorino».
E sì, perché, per un certo periodo ha creduto anche di non sentire e anche noi altri ne eravamo convinti. Bisognava ripetere due volte la stessa frase o una domanda.
La sua prima risposta era «EH?».
Prova audiologica: tutto a posto. Anche girare con un secchiello trasparente pieno delle “sue cose indispensabili da avere sott’occhio” fu una “bizzarria” sulla quale scherzare e ridere.
Ormai tutti lo avevano notato: «Secchiello e palette?» gli dicevano per strada. Ridevano bonariamente, faceva ridere e ne era contento. È sempre stato un burlone. Poi, prese la fissazione di “andare per mercatini” cioè perlustrava i cassonetti lungo la statale.
«Ci sono ottime occasioni» diceva e portava via di tutto. In cantina abbiamo avuto: una cucina a gas, un dondolo, un’amaca, tappeti puzzolenti, pupazzi di peluche logori, lampadari e lampade, poltrone da salotto e perfino un materasso: «memory foam che se lo devi comprare costa centinaia di euro!».
«Non voglio in casa questa roba! » diceva mia madre e anch’io. Portò tutto in campagna, all’aperto perché la casa è impraticabile.
Le cinque caprette nane, i tre cani, le oche mute e le due oche bianche “del Campidoglio”, ebbero il salotto con il tavolinetto da fumo, tappeti a volontà, il materasso memory foam, l’angolo cottura e il parco giochi. Il lampadario con pendenti di “cristallo” fu appeso a un trespolo per pappagalli, un bancone da falegname divise l’angolo cottura dal salotto, due tavoli sgangherati con dieci o dodici sedie di plastica per gli ospiti, ultimarono l’arredamento del suo “Open air space”.
Due anni fa ha avuto due attacchi epilettici ravvicinati. Un ricovero d’urgenza al terzo attacco. È vivo per miracolo. Risonanza magnetica e tac. Diagnosi severa e implacabile. Neurologo e psichiatra  lo curano, lo psicologo, lo aiuta a capirsi. Sta meglio.

La sua malattia è stata come una perdita d’acqua trascurata; la nostra casa era abitata  da inesperti e a nessuno era venuto in  mente di chiamare un idraulico per risanare la perdita. Il risultato è stato, un terribile allagamento di tutta la casa.

di Nilde Casale

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