
Quando ero ragazzo ho praticato, a livello amatoriale, molti sport.
Calcio, tennis, ping-pong, sci, atletica leggera, e anche, occasionalmente, tanti altri.
Rare le vittorie ma, nel complesso, mi sono tolto diverse soddisfazioni, collezionando medagliette, di bronzo, d’argento e anche qualcuna d’oro.
Non primeggiare in alcuni sport individuali come ad esempio nelle varie specialità dell’atletica leggera, ma arrivare secondo, terzo o anche più in là, non significa sempre essere sconfitti.
Ad esempio quando nell’ ormai lontanissimo 1959 mi sono piazzato secondo nel campionato provinciale nella specialità del salto in alto, portando il mio record personale a 1,60 m, per me non è stata una sconfitta ma una vittoria.
(Vi prego di non paragonare la mia misura con quelle che si ottengono oggi. Erano altri tempi, altre tecniche e ancora non si conosceva il Fosbury. E poi, in fondo, sono alto 1,65 m).
Ma, se si parla di una partita di calcio, una sconfitta è e resta irrimediabilmente una sconfitta.
E se proprio devo parlare delle sconfitte che ho collezionato nella mia vita sportiva, non ho che l’imbarazzo della scelta.
Perciò, fra le tante, ne ricorderò una che mi è rimasta particolarmente indigesta: la finale del torneo interfacoltà di calcio che, fra gli studenti lucchesi dell’Università di Pisa, si disputò nel lontano 1965.
Partecipavano le squadre di Medicina, campione uscente, di Chimica, di Giurisprudenza, e di Ingegneria.
Io ero il capitano della squadra di Ingegneria e giocavo con il numero 4 sulla maglia.
Difensore e mediano di spinta come si diceva allora.
Perdemmo inopinatamente il primo incontro con la squadra di Giurisprudenza, ma poi ottenemmo un filotto di quattro vittorie consecutive, sconfiggendo per ben due volte la favorita squadra di Medicina, e ci presentammo all’ultima partita in testa alla classifica.
La dovevamo disputare con la squadra di Chimica che ci seguiva ad un punto nella classifica e che, per altro, avevamo già sconfitto nella partita di andata.
Eravamo sicuri di vincere anche se, in definitiva ci bastava persino un pareggio.
Ero tanto convinto che avremmo vinto che, sfidando la scaramanzia, nell’andare al campo mi ero portato anche una sacca per metterci la Coppa spettante alla squadra vincitrice, Coppa che, naturalmente, avrei preso in consegna io quale capitano della squadra (e pure allenatore e selezionatore).
Ma la partita prese subito una brutta piega.
Dopo pochi minuti una disgraziata autorete ci costrinse all’attacco per tutto il primo tempo e, in contropiede, prendemmo un’altra rete.
Inutile fu la rete che segnammo a metà del secondo tempo.
Per farla breve perdemmo per due a uno e la coppa finì nelle mani del capitano della squadra di Chimica.
Tornato a casa, riposi mestamente la sacca che era rimasta desolatamente vuota e, estremamente deluso, presi la ferma decisione di chiudere definitivamente con il calcio e di appendere le scarpette al chiodo.
(si usa dire così anche se non ho mai visto scarpette appese a un chiodo e, in casa mia, non ho mai avuto un chiodo cui appendervi alcunché)
Però, “Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno» e dopo qualche settimana ho ripreso, con la solita insopprimibile passione, a giocare a calcio in tornei e partite amatoriali.
L’ultima partita, della durata di novanta minuti e su un campo regolare, l’ho giocata alla bella età di 53 anni.
Inanellando naturalmente, negli anni, tante altre sconfitte.
Nella foto: Brunetto Magaldi è il secondo da sinistra in basso
Brunetto Magaldi

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