WEN – SCONFITTA – L’ombra di un capolavoro – Tiziana Iaria

La tela era vuota da giorni.
Le dita, rigide. Gli occhi, stanchi. La mente, satura.

Eppure, Marta dipingeva da quando aveva imparato a tenere in mano un cucchiaio. L’arte era la lingua segreta con cui parlava alla vita. Ma da mesi — da quando le dissero che “non vendeva”, che era “troppo complessa”, che “nessuno capiva” — qualcosa si era incrinato.

Non riusciva più a trovare un senso.
Tutto le sembrava già visto, già detto, già morto.

Allora aprì la finestra del suo studio e si sedette a guardare. Non il cielo, non la città. Ma un vecchio muro scrostato, quello di fronte. Un tempo lo odiava: deturpava il panorama. Ora ci vedeva qualcosa. Crepe come ferite, buchi di intonaco come occhi ciechi, muffe colorate che sembravano mappe.

“È questo che sono?” si chiese. “Un muro che non interessa più a nessuno?”

Ricordò la sua prima mostra. Cinque persone. Due curiosi. Una critica spietata. Eppure, uscì da quella sala con le gambe leggere, come se l’arte avesse vinto.

Ora, invece, aveva vinto il silenzio.

Era questa la sconfitta più dura: non quella del pubblico, non quella delle vendite, ma quella che sentiva nelle vene. Una resa silenziosa. Un’arresa senza urla.

Un pomeriggio, mentre sfogliava vecchi quaderni, trovò un disegno di quando aveva otto anni: un’enorme figura senza volto, che reggeva un cuore aperto tra le mani. Dietro c’era una scritta, tremolante: “Io voglio che mi vedano così”.

Pianse.

E non fu un pianto melodrammatico, ma solido, verticale. Un pianto che pulisce.
Poi si alzò, prese un pennello e tornò alla tela.
Non dipinse bene.
Non dipinse quello che avrebbe voluto.
Ma dipinse.

Nei giorni seguenti, il quadro prese forma.
Un volto non finito.
Uno sguardo in ombra.
Colori cupi.
E luce, lì dove nessuno la metterebbe: tra i piedi, nella polvere.

Lo chiamò “La sconfitta dell’angelo”.

Lo espose in un bar, sopra una macchina del caffè scassata.
Nessuno lo notò.
Ma una sera, una ragazzina si avvicinò, lo fissò per dieci minuti, poi le lasciò un biglietto:

“Quella luce mi ha fatto sentire vista. Anch’io mi sento così. Grazie.”

E Marta, per la prima volta dopo mesi, vinse.
Non una gara.
Non un premio.
Vinse la distanza.
Vinse il vuoto.
Vinse il bisogno di piacere.
Vinse la paura di non essere capita.

La vera sconfitta, comprese, è smettere di cercare chi parla la tua lingua.
Lei la parlava ancora.
Anche solo per una ragazzina sconosciuta.
Anche solo per un muro scrostato.
Anche solo per sé.

Tiziana Iaria

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