
Non fu quando persi.
Fu quando smisi di provarci.
Avevo sedici anni e una rabbia buona nelle ossa. Mia madre diceva che avrei cambiato il mondo, che la mia voce faceva tremare i vetri, anche quelli spessi dell’indifferenza. Ma io, a un certo punto, la lasciai affondare in gola.
Accadde in aula, quando la prof parlò di certe donne arse vive perché “provocavano”.
Io, con la schiena dritta, volevo dire che no, non si provoca mai abbastanza. Che il corpo è una patria, non una colpa.
Ma nessuno mi guardava.
E allora non alzai la mano.
Poi fu il giorno in cui vidi piangere mio fratello.
Un uomo di vent’anni, crollato perché un altro uomo gli aveva detto che era “una femminuccia”.
Avrei voluto dirgli che il cuore ha diritto di tremare, che non c’è nulla di virile nella crudeltà.
Ma mi fermai.
Mi fermai.
E fu lì che iniziai a perdere.
Non perse la guerra chi cadde.
La perse chi tacque davanti alla bugia.
Chi rimase seduto quando era ora di bruciare.
Passarono anni. Studiai, lavorai, amai. Scrissi manifesti, firmai petizioni, insegnai ai bambini che nessuno deve mai nascondersi. Ma dentro… un buco. Piccolo, ma vivo.
Non era l’ingiustizia, la mia sconfitta.
Era averci fatto pace.
Poi un giorno, su un treno, una ragazza si sedette accanto a me.
Polsi graffiati, ginocchia che tremavano. E l’orgoglio di chi non vuole compassione.
Mi disse che nessuno l’aveva mai difesa.
Che quando denunciò un professore che la molestava, tutti guardarono altrove.
Compresi, in un lampo, che quella ero io.
Un’eco. Un riflesso.
Un destino che si ripete.
Le strinsi la mano. Non per salvarla.
Per riconoscerla. Per dire: “Io so”.
Perché lei non era sconfitta.
Io sì.
Ma in quel gesto qualcosa si ricucì.
Una crepa nella paura.
Un suono nel silenzio.
Da allora non taccio più.
La voce trema, a volte. Ma esce.
Alzo la mano.
Anche quando non è il mio turno.
Anche quando non serve.
Anche quando ridono.
Perché la vera sconfitta è smettere di tentare.
E io, adesso, provo.
Tiziana Iaria

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