
Era la prima volta che avevo un incarico professionale nella mia città. Mancavo da dieci anni da Firenze e ho scoperto atterrando all’aeroporto di Peretola, come lo scalo negli anni avesse assunto un’altra consistenza. Compiaciuto di questo progresso della mia città antica, mi sono fermato al desk della compagnia aerea con cui avevo volato per ritirare una busta a mio nome, dove avrei trovato le indicazioni per il mio lavoro. La aprii ma lessi soltanto le indicazioni dell’albergo che mi avevano riservato. Non avevo voglia di pensare al lavoro. Un taxi mi condusse all’Hotel Excelsior. Nella consuetudine dei soliti hotel fui contento della scelta. Era un hotel che conoscevo per aver frequentato per un periodo il roof-garden insieme alle ragazze straniere che ero solito incontrare a Firenze in gioventù quando il mio tempo ufficialmente dedicato agli studi universitari era soprattutto impegnato in altra direzione. Stavo dando una mancia all’inserviente che mi aveva portato su la valigia quando squillò il telefono. Riconobbi la voce dell’uomo degli incarichi, un tizio che non ho mai visto né voglio vedere, perché così funzionano le cose tra professionisti, ma che, dopo averne sentito la voce, potrei riconoscere fra mille.
«Hai fatto buon viaggio? Ti hanno consegnato la busta?», dichiarò come saluto.
«Ti rispondo sì a tutte alle domande, ma a proposito della busta non ho ancora studiato il caso».
«Hai tempo per tutto il week-end, troverai le istruzioni e potrai prendere l’ultimo volo di domenica, che ti abbiamo prenotato”
«D’accordo», dissi e riappesi.
Mi sdraiai sul letto e guardai l’orologio. Poi decisi di andare a cena. Là vicino scoprii un ristorante che un tempo frequentavo. Era i ”tredici gobbi”, dove entrando un cameriere, forse, mi riconobbe e mi accompagnò a un tavolo. Sedetti a lungo in silenzio fino a che non mi accorsi che alla mia destra sedeva solitaria una signora bionda che sembrava desiderosa di parlare con qualcuno. E io la interloquii in qualche modo, riuscendo a farla accomodare al mio tavolo. Aveva un bel sorriso, occhi azzurri ma pareva inquieta. Ho imparato a osservare il mio prossimo, ad apprezzare la bellezza femminile, anche se abitualmente, per una sorta di deontologia professionale vado soltanto con prostitute. Emma sorrideva e mi intrigava. Parlava senza dire molto di se. Ne intuii le origini straniere. Forse era tedesca e abitava in Italia da un tempo sufficiente da regalarle un italiano quasi perfetto. Dopo un primo approccio in inglese, la lingua che per lavoro aveva quasi sostituito la mia lingua madre, fui felice di parlarle in italiano. Parlammo a lungo poi decidemmo per una passeggiata nella notte fiorentina. Era un bell’incontro, attenuava in qualche modo la tensione che provo sempre prima di eseguire un lavoro, quel lavoro che nella relativa consuetudine ha diversi margini di imprevisto.
Al Ponte Vecchio, mentre i luoghi mi suggerivano ricordi di una lontana giovinezza, ebbi l’impulso di baciare Emma. Mi rispose in maniera appassionata e io la presi per mano. Nella notte passeggiammo a lungo. Poi volle tornare in albergo che scoprii essere l’ Excelsior. Salimmo insieme ma non ho insistito per entrare nella sua camera. Volevo giocare, prendermi una pausa dalla tensione del mio lavoro, ma non volevo forzare la mano. Era venerdì sera e volevo riservarmi il sabato come unica notte per avere Emma. Sembrò lusingata e forse un po’ delusa di questa mia voluta incertezza, ma ci demmo appuntamento per un aperitivo in piazza Pitti per il giorno dopo.
Mi chiese se ci potevamo vedere al mattino, ma le dissi di un mio impegno professionale ineludibile e accettò di buon grado l’ora fissata. Rientrato in camera dovevo osservare il fascicolo del mio incarico, da portare a compimento entro domenica. Aprii una busta che conteneva le foto e con mia grande sorpresa scoprii che l’incarico era Emma. La mia professione è uccidere. Un lavoro che svolgo con una certa professionalità da anni. L’uomo degli incarichi mi telefona, mi fa conoscere il luogo dove devo agire, e quando arrivo ricevo una sorta di dossier dove, spesso non è indicata l’identità del soggetto. Spesso un nome fittizio, ma ogni indicazione a rendere più agevole il mio lavoro. La mia deontologia professionale mi induce a non avere contatti diretti con i soggetti. Io so dove trovarli e come trovarli, trovo il modo di eseguire l’incarico con il dovuto distacco. Poi riparto immediatamente seguendo le precise indicazioni del committente. Il mio distacco mi permette di operare con professionalità e con freddezza. Non sono un Killer spietato, solo un professionista. Ma adesso c’è un problema ho incontrato il soggetto del mio lavoro. Mi piace e sto per andarci a letto.
Avrei dovuto chiamare l’incarico e magari dirgli: “Houston abbiamo un problema”, ma il mio sconosciuto datore di lavoro non avrebbe compreso e avrei danneggiato la mia fama di professionista stimato. Non posso dire che ebbi una crisi di coscienza. Un professionista non sa, forse, cosa sia la coscienza. O meglio, un professionista del mio settore opera con distacco e considera l’essere l’umano destinato a essere l’incarico da eseguire un obiettivo, una sorta di bersaglio inanimato. Al mio primo incarico, oltre venti anni fa, fui costretto da una proposta che non potevo rifiutare. Si trattava della mia vita e prevalse il senso della sopravvivenza. Dopo, coinvolto in una professione che non avrei mai pensato di intraprendere, cercai di comportarmi come un pugile che deve picchiare un avversario, senza alcun coinvolgimento emotivo, ma è costretto a farlo. Ecco le prime volte pensavo così, poi non fu più necessario. Pensavo ai soldi e sentivo l’adrenalina nel preparare, nell’eseguire e nel volatilizzarmi appena concluso il lavoro. Momenti durante i quali potevo assaporare tutto il piacere che la vita offriva senza la preoccupazione di dover trattenere qualcosa che mi sarebbe sfuggito tra le dita come granelli di sabbia: una donna stupenda, un momento senza domani. Tra qualche ora Emma sarebbe ripartita, aveva detto, per tornare al suo lavoro e io probabilmente mi sarei ritrovato catapultato in un altro incarico. Ma adesso dovevo prepararmi a incontrarla e non avevo deciso cosa fare. Non sono affatto impressionabile ma la circostanza mi creava molti dubbi. Eseguire l’incarico? Oppure lasciar perdere? Mentre pensavo andavo a incontrare Emma in un Wine bar vicino al Ponte Vecchio. Sono entrato e mi ha sorriso. Abbiamo bevuto qualcosa, Emma ha colto qualcosa nel mio sguardo e me lo ha detto. Ho cambiato discorso e ho cercato di condurla in quel gioco di seduzione e corteggiamento intrapreso la sera prima. Mi ha detto che voleva andare all’inaugurazione della Biennale dell’Antiquariato. Mi sono mostrato sorpreso e mi sono offerto di accompagnarla. Era uno dei luoghi dove, come suggerito dal dossier, Emma doveva andare.
Era il luogo, dove nell’affollarsi della gente, io avrei dovuto eseguire l’incarico e dileguarmi. Andammo a Palazzo Corsini, dove nel più bel tramonto di settembre, ammirammo dalla terrazza lo scolorire dolce di San Frediano in Cestello. Emma mi prese la mano e io le risposi stringendola a me. A quel punto secondo l’uomo dell’incarico avrei dovuto spararle e approfittando della folla dileguarmi immediatamente. Non l’ho fatto. Sono stato travolto da un’improvvisa tenerezza. Nell’aridità dei miei ultimi anni ho provato qualcosa che non credevo più di conoscere.
Alla sera dopo una visita nelle sale del Palazzo, dove mi divertii ad ammirare dipinti dell’Ottocento, opere manieriste oggetti art nouveau, questo universo di bellezza ci aiutò a trovare un luogo intrigante per la cena. Un ‘osteria d’Oltrarno che era stato lo studio di Ottone Rosai. In quel luogo mi sentivo come se avessi salvato la vita a Emma e forse un po’ anche a me. Le nostre parole furono amabili e divertenti. Eravamo due adulti che preparavano il loro incontro. E così avvenne, amammo il gioco della seduzione e i nostri gesti e parole ci condussero naturalmente in albergo. Emma aspettava l’incontro e la notte fu bellissima almeno per me.
Al mattino avrei potuto spararle mentre dormiva. Ero un killer. I professionisti non confondono mai il lavoro con i sentimenti. Sarebbe finita senza dolore, così, in un attimo. Presi la pistola la puntai contro il suo meraviglioso corpo. Fu un attimo ma non sparai. Dopo qualche minuto mi alzai presi un taxi e mi feci condurre all’aeroporto. Odiavo i momenti finali delle relazioni. Non la salutai ma le salvai la vita.
Alessandro Lazzeri

Rispondi