WEN – SCONFITTA – Un professionista – Alessandro Lazzeri

Era  la prima volta  che avevo un incarico professionale  nella  mia città. Mancavo  da dieci anni da Firenze e ho scoperto atterrando  all’aeroporto di Peretola, come lo scalo  negli anni avesse assunto un’altra  consistenza. Compiaciuto  di questo  progresso della  mia  città antica, mi sono fermato al desk della compagnia aerea  con cui avevo volato  per ritirare  una  busta  a mio nome, dove  avrei trovato  le indicazioni  per il mio lavoro. La  aprii ma  lessi soltanto le indicazioni  dell’albergo  che mi avevano riservato. Non avevo voglia  di pensare al lavoro. Un taxi  mi condusse  all’Hotel  Excelsior. Nella consuetudine  dei soliti hotel fui contento  della scelta. Era un hotel  che conoscevo per aver frequentato  per un periodo  il roof-garden  insieme  alle  ragazze straniere  che ero solito incontrare a Firenze in gioventù  quando il mio tempo  ufficialmente dedicato  agli studi universitari  era soprattutto impegnato  in altra direzione. Stavo dando una mancia all’inserviente che mi aveva portato su la valigia quando squillò il telefono. Riconobbi la voce dell’uomo degli incarichi, un tizio che non ho mai visto né voglio vedere, perché così funzionano le cose tra professionisti, ma che, dopo averne sentito la voce, potrei riconoscere fra mille.

«Hai fatto buon viaggio? Ti hanno consegnato la busta?», dichiarò come saluto.

«Ti rispondo sì a tutte alle domande, ma a proposito della busta non ho ancora studiato il caso».

«Hai tempo per tutto il week-end, troverai  le istruzioni e potrai prendere l’ultimo volo di domenica, che ti abbiamo prenotato”

«D’accordo», dissi e riappesi.

Mi sdraiai sul letto e guardai l’orologio. Poi decisi  di andare a cena. Là vicino scoprii un ristorante che un tempo frequentavo. Era i ”tredici gobbi”, dove  entrando  un cameriere, forse, mi riconobbe e mi accompagnò a un tavolo. Sedetti a lungo in silenzio   fino  a che non mi accorsi  che  alla mia  destra  sedeva  solitaria  una  signora  bionda che sembrava  desiderosa di  parlare  con qualcuno. E io la interloquii in qualche  modo, riuscendo  a  farla  accomodare  al mio tavolo. Aveva  un bel sorriso, occhi  azzurri ma  pareva  inquieta. Ho imparato  a osservare il mio  prossimo, ad  apprezzare  la bellezza  femminile, anche  se  abitualmente, per  una  sorta  di deontologia  professionale   vado  soltanto  con prostitute. Emma  sorrideva  e  mi intrigava. Parlava  senza  dire  molto di se. Ne  intuii  le  origini straniere. Forse era  tedesca e  abitava  in Italia  da  un tempo sufficiente  da regalarle  un italiano  quasi  perfetto. Dopo  un primo approccio in inglese, la lingua  che  per lavoro  aveva  quasi sostituito  la  mia lingua  madre, fui felice  di parlarle in italiano. Parlammo  a lungo  poi  decidemmo   per una passeggiata  nella  notte fiorentina. Era un bell’incontro, attenuava  in qualche  modo  la  tensione  che  provo  sempre prima  di eseguire un lavoro, quel  lavoro che  nella relativa  consuetudine ha  diversi  margini  di imprevisto.

Al Ponte  Vecchio, mentre i  luoghi  mi suggerivano  ricordi di una lontana  giovinezza, ebbi  l’impulso  di baciare Emma. Mi rispose in maniera  appassionata e io la presi per mano. Nella  notte passeggiammo  a lungo. Poi volle tornare in albergo che  scoprii essere l’ Excelsior. Salimmo insieme ma non ho insistito per entrare nella sua camera. Volevo giocare, prendermi una pausa  dalla tensione del mio lavoro, ma non volevo forzare la mano. Era venerdì sera e volevo riservarmi il sabato  come unica notte per avere Emma. Sembrò lusingata e forse un po’ delusa  di questa mia voluta incertezza, ma ci demmo appuntamento  per un aperitivo  in piazza Pitti per il giorno dopo.

Mi chiese se ci potevamo  vedere al mattino, ma le  dissi di un mio impegno professionale ineludibile  e accettò  di buon grado  l’ora fissata. Rientrato in camera dovevo  osservare  il fascicolo  del mio incarico, da portare  a compimento  entro domenica. Aprii  una  busta  che  conteneva  le   foto e con mia  grande  sorpresa  scoprii  che  l’incarico era Emma. La  mia  professione  è  uccidere. Un lavoro che  svolgo  con una  certa  professionalità  da  anni. L’uomo degli incarichi  mi  telefona, mi  fa  conoscere  il luogo  dove  devo  agire, e quando  arrivo ricevo  una  sorta  di dossier  dove, spesso  non  è indicata  l’identità  del soggetto. Spesso  un nome  fittizio, ma ogni  indicazione  a rendere più agevole il mio  lavoro. La  mia  deontologia professionale  mi  induce  a  non avere  contatti  diretti  con i soggetti. Io  so  dove trovarli  e  come  trovarli, trovo  il modo  di eseguire  l’incarico  con il  dovuto  distacco. Poi riparto  immediatamente  seguendo  le  precise  indicazioni  del committente. Il mio distacco  mi  permette  di operare  con professionalità e con freddezza. Non sono un Killer  spietato, solo  un professionista. Ma adesso c’è un problema ho incontrato  il  soggetto  del mio  lavoro. Mi piace  e  sto per  andarci  a  letto.

Avrei dovuto  chiamare  l’incarico e  magari dirgli: “Houston abbiamo  un problema”, ma  il mio  sconosciuto  datore  di  lavoro  non avrebbe  compreso  e  avrei danneggiato  la  mia  fama  di  professionista  stimato. Non posso  dire  che ebbi una crisi  di coscienza. Un professionista non sa, forse, cosa  sia la coscienza. O meglio, un professionista  del mio settore  opera  con distacco  e considera  l’essere l’umano  destinato a essere l’incarico  da eseguire un obiettivo, una sorta  di bersaglio  inanimato. Al mio  primo incarico, oltre  venti  anni  fa, fui  costretto da una   proposta  che  non potevo rifiutare. Si trattava  della  mia vita  e prevalse il senso  della sopravvivenza. Dopo, coinvolto in una  professione che non avrei mai  pensato di intraprendere, cercai di  comportarmi  come  un pugile  che  deve  picchiare  un  avversario, senza  alcun coinvolgimento  emotivo, ma  è costretto a  farlo. Ecco  le  prime  volte  pensavo  così, poi  non fu  più necessario. Pensavo  ai  soldi  e  sentivo  l’adrenalina  nel preparare, nell’eseguire  e  nel volatilizzarmi  appena concluso il lavoro. Momenti durante i quali potevo assaporare tutto il piacere che la vita offriva senza la preoccupazione di dover trattenere qualcosa che mi sarebbe sfuggito tra le dita come granelli di sabbia: una donna stupenda, un momento senza domani. Tra qualche ora Emma  sarebbe ripartita, aveva detto, per tornare al suo lavoro e io probabilmente mi sarei ritrovato catapultato in un altro incarico. Ma adesso dovevo prepararmi a incontrarla  e non avevo deciso cosa fare. Non  sono affatto impressionabile  ma la circostanza mi creava  molti dubbi. Eseguire l’incarico? Oppure lasciar perdere? Mentre pensavo andavo a  incontrare Emma in un Wine bar   vicino al Ponte Vecchio. Sono entrato e mi ha sorriso. Abbiamo bevuto qualcosa, Emma  ha colto qualcosa nel mio sguardo  e me lo ha detto. Ho cambiato discorso e  ho cercato di condurla  in quel gioco di seduzione e corteggiamento intrapreso la sera prima. Mi ha  detto che voleva andare all’inaugurazione della  Biennale dell’Antiquariato. Mi sono mostrato sorpreso e  mi sono offerto di accompagnarla. Era  uno dei luoghi  dove, come  suggerito  dal dossier,  Emma  doveva andare.

Era il luogo, dove nell’affollarsi della gente, io avrei dovuto eseguire  l’incarico e  dileguarmi. Andammo a Palazzo Corsini, dove nel più bel tramonto di settembre, ammirammo dalla terrazza lo scolorire  dolce  di San Frediano in Cestello. Emma mi prese la  mano  e io  le risposi stringendola  a  me. A quel punto  secondo l’uomo dell’incarico  avrei  dovuto spararle  e approfittando  della folla dileguarmi immediatamente. Non l’ho fatto. Sono stato travolto da un’improvvisa tenerezza. Nell’aridità dei miei ultimi  anni  ho provato  qualcosa  che non credevo più  di conoscere.

Alla  sera dopo una visita nelle sale del Palazzo, dove mi divertii ad ammirare  dipinti dell’Ottocento, opere manieriste  oggetti art  nouveau, questo  universo  di bellezza  ci aiutò  a trovare  un luogo intrigante  per la cena. Un ‘osteria  d’Oltrarno   che  era stato lo studio  di Ottone Rosai. In quel luogo mi sentivo  come   se avessi salvato la vita a  Emma e forse  un po’ anche a me. Le  nostre  parole  furono amabili  e divertenti. Eravamo due adulti  che  preparavano   il loro incontro. E così avvenne, amammo il gioco della seduzione e i nostri gesti  e parole  ci condussero naturalmente in albergo. Emma  aspettava l’incontro e  la notte fu bellissima almeno per me.

Al mattino   avrei potuto spararle mentre  dormiva. Ero un killer. I professionisti  non confondono mai  il lavoro con i sentimenti. Sarebbe finita senza dolore, così, in un attimo. Presi la pistola la puntai contro il suo meraviglioso corpo. Fu un attimo ma non sparai. Dopo qualche  minuto mi  alzai presi un taxi e mi feci condurre all’aeroporto. Odiavo i momenti finali delle relazioni. Non la salutai  ma le salvai la vita.

Alessandro Lazzeri

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