WEN – SCULTURA – La statua e il piccione – Milena Beltrandi

«Oh piano, attenti! Acciderba mi farete prendere un colpo se continuate a lavorare così: dovete fare attenzione!» Ho provato a farli ragionare, a farmi capire, ma par proprio che tra noi non ci sia dialogo.

Ecco, per fortuna gli operai si sono presi una pausa e sono andati all’ombra a riposare, il capo mastro sembra avere più sale in zucca degli altri. Capisco che non sia facile rimettermi al nuovo posto, ma è anche vero che, fino a ora, è andato tutto liscio; e dire che ne abbiamo fatta di strada!

Mentre gli uomini riposano e discutono su come agire, io rimango qui, sotto al sole, in attesa di poter entrare nella nuova casa.

Casa, dolce casa! Non l’ho scelta io; mi piace viene tanta gente, c’è interesse per me per il mio portamento. Mi manca l’allegria e le feste colorate delle vie e della grande piazza, mi manca il mutismo dei miei tredici compari con i quali, devo ammetterlo, non sono mai riuscito a scambiare parer; mi sarebbe piaciuto farlo col vicino prossimo, per esempio, sentire che ne pensava delle persone che alzano gli occhi fino quassù e scattano foto, ma lui ci tiene alla riservatezza, è scontroso e non mi ha mai considerato suo pari.

Non ricordo dove sono nato e chi siano i miei veri genitori, forse su in montagna verso nord qualcuno si ricorda.

La prima cosa che ricordo io sono le carezze di una mano decisa e sicura che sfiora più volte la mia pelle, voci indistinte lontane e nervose, qualcuno che, sfiorandomi, ha sentito il mio potenziale e ha fatto sì che anche io avvertissi qualcosa a quel tatto, forse l’appartenenza alla sua famiglia.

Lui ha fatto di me ciò che sono, lui ha insistito per avermi fin dal primo contatto. Un padre adottivo ancora giovane con le idee chiare, capace di mostrare al mondo la visione della bellezza secondo i suoi parametri, un padre che ha curato con attenzione non solo il mio portamento, ma anche dove avrei vissuto: la mia vecchia casa.

Ecco gli operai che ritornano all’attacco. Speriamo che abbiano un buon piano, non voglio stare qui ancora tanto, sono stanco, l’ultimo periodo è stato particolarmente difficile per me: mi hanno, tolto ogni malia, rimesso a nuovo, i vecchi malanni dovuti al tempo, per ora, non li sento, ma è il momento di entrare a riposare in santa pace, c’è ancora tempo prima che il sole salga alto nel cielo e richiami il pubblico.

«Secondo me basterebbe che due di voi con una scala, magari dall’altra parte, dia una mano a chi da fuori… » Ah che mi danno a fare? Non mi ascoltano. No: un momento! Hanno sentito: due salgono con scale e lacci, riescono a prendermi e in un batter d’occhio sono a posto.

Si sta bene qui, questa penombra mi piace. Non c’è la confusione della via, mi mancheranno gli schiamazzi della piazza? Chissà perché son finito in questa stanza. Ah ecco, ora ricordo!

È stato il volatile dispettoso che ogni giorno mi faceva visita.

«Via di qui piccione insolente, non vorrai appoggiarti sulla mia spalla vero? Non ti azzardare a scaricare i tuoi bisogni su di me; via con quella coda! Non vedo più niente! Mi fai il solletico, spostati, vattene! Non puoi continuare a girarti, sposta queste penne arroganti, porta rispetto, sai chi sono?» Gli urlavo dietro e lui per tutta risposta alzava la coda, sì, ma per scaricare il suo maleodorante guano.

Era una lotta impari, sembrava una maledizione, ogni volta che sospiravo felice di non vedermelo addosso, arrivava impudente e maleducato. Perché svolazzi sempre sul mio viso? Vattene prima che qualcuno per colpire te, tiri una fiondata a me!

Ecco che ti avevo detto? Quel moccioso con la fionda ha mirato a te, ma ha rotto il naso a me! Che umiliazione esser scambiato per un pennuto al tuo pari, io che son stato in grado di sconfiggere un drago per salvare la principessa, io che tutti osannano come protettore degli armigeri!

Mio padre ha scolpito le mie gesta, perché tutti ricordassero il mio valore. Io, figlio di Donatello, dall’alto del mio tabernacolo, avrei voluto trafiggerti, piccione sfrontato, anche se non sputavi fuoco, parola di San Giorgio!

Milena Beltrandi

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