WEN – SCULTURA – Qui Leone di Knidos : vi sento – Rosalba Nola

Presente con quel che resta di me, Leone di Knidos, dell‘antica Mediterranea Civiltà. Non si può fare a meno di notarmi, posizionato – da ben 165 anni – al centro del Grande Atrio del Britannico Museo. Sono nato, da scultore ignoto, 350 anni prima di Cristo in Anatolia, nella Caria, di fronte a Alicarnasso.In una terra aspra, bagnata dalle acque limpide dell’Egeo. Divorata dalla luce e dal vento, pullulante di bellezza. Sono stato scolpito come un trionfo di marmo, di un bianco lucente e levigato, estratto dal monte Pentelikon. Proprio come il Partenone di Atene. Quando dopo due millenni e più l’Archeologo mi ha ritrovato ero a pancia ingiù, già mutilato della mascella inferiore, delle zampe anteriori. Si dice che la mia vista lo abbia sconvolto a tal punto da trasformare la sua faccia in un volto ridente, come una comparsa coronata da fiori d’oleandro, manco avesse passato la notte sul Parnasso degli Dei. Le mie proporzioni? Peso quasi 7 tonnellate per tre metri di lunghezza e due metri di altezza-meno diciotto-per la precisione. Appartengo all’ideale della ricerca della perfezione, della misura sublime. E quando i vostri apprezzamenti si posano sulla mia criniera mi fanno vibrare. Anche se non si vede, anche se non vi vedo. E come potrei? Su avvicinatevi, alzate lo sguardo. Andate oltre le linee sottili della mia bocca, schiusa da un lato per mostrare il mio dente guerriero; oltre le mie labbra che abbozzano un sorriso di amara benevolenza. Superate anche l’ampiezza delle mie narici e siete arrivati. Alle mie smisurate orbite vuote. Dove un tempo rilucevano due occhi di puro cristallo. Giunto è il momento di raccontare questo vuoto. Perché ormai la mia fine non è poi così lontana dalla vostra ed è vicina. La prossima estinzione riguarderà la vostra Umana Specie, troppo sorda ai segnali di sofferenza del Pianeta. E non ho altro da aggiungere, non sono un profeta, preferisco essere un cantore.

Ero stato creato per celebrare il legame tra la Vita e la Morte.

Stavo sul tetto di un monumento funerario sulla punta del promontorio di Knidos dove mare e cielo si uniscono. Era la copia, in formato ridotto, dello splendore del Mausoleo, una delle Sette meraviglie del Mondo. Catturavo con i miei occhi magici l’immensità del mare, i raggi del sole, degli astri, della luna  per riversarli per miglia tutt’intorno. E accompagnare la solennità delle preghiere dei vivi agli illustri defunti. Chi entrava nel mio cono di luce riceveva un battito di energia divina. Ma una notte arrivò l’agile predatore. Si arrampicò per i diciotto metri necessari per raggiungermi e con ferri aguzzi mi cavò gli occhi. Il mio ruggito lacerò il cielo, imbrogliò le acque e fece tremare la terra. Allora Igea, la Dea dei malati e degli infermi, per risarcirmi di quel male atroce mi fece all’istante dono di un udito che a mio piacimento si espandeva. Sentii il tamburo affannoso dei passi del predone arrivare fino alla sua dimora. Udii il pianto di gioia della sua sposa. Allorché nello sfregamento dei miei occhi di cristallo che Igea rese un potente rimedio, la loro figlia giovinetta si mosse piano piano come un vascello cullato da dolci flutti dopo la tempesta. E con voce flebile disse di avere molta fame. Udii i loro canti, i balli festosi, il respiro quieto del sonno della fanciulla. E i gemiti coniugali dell’amore ritrovato.

Adesso però dopo avere sentito il frastuono della Storia, il gioco degli umani non mi diverte più. E’come una sinfonia che si ripete e mi farà ammalare. Sicchè poco m’importa di frantumarmi in mille pezzi. Forse qualche parte di me sarà caverna per un pesciolino smarrito. O la roccia di una creatura ferita, l’illusione di un amuleto, un pezzo di un’arte tutta da inventare. Ma non vi voglio scoraggiare, continuate pure ad arrivare. A guardare nel vuoto del mio sguardo. Poi liberate i pensieri,conversate con chi vi pare. Io sono ancora qui, pronto ad ascoltare.

Rosalba Nola

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