WEN – SFIDA – La pendolare separata – Laura Gronchi

Gli scrupoli, i dubbi, i logoramenti che avevano frenato Anna, lasciandola a marcire in una pozzanghera di sensi di colpa, avevano preso le loro carabattole ed erano spariti nel giro di pochi giorni.
Lo shock del trasferimento a casa di Marzia si era trattenuto solo fino al giorno del primo risveglio, una notte di sonno ininterrotto lo aveva persuaso che rimanerle accanto sarebbe stato inutile.
Lasciare il marito per Anna era equivalso tuttavia a sfidare ancestrali condizionamenti fatti di mamme, zie, nonne che abbassavano il capo e digerivano, pazienti, qualunque intemperanza del proprio coniuge, per quanto grave fosse.
Contro tutte le aspettative, una volta fatto il passo, si era sentita rinata.
Rimaneva solo lo spaesamento.
Risvegliarsi in un letto estraneo, entrare in un bagno condiviso con un’altra intimità, il bagnoschiuma che pareva vivo e non voleva saperne di adattarsi a un nuovo piano doccia.
I trucchi, le spazzole, i deodoranti stipati nell’astuccio che saltavano fuori ogni volta, come spinti da molle invisibili appena tirava la zip e che ancora non si azzardava a riporre su mensole e stipetti.
Nell’animo si sentiva come una turista che sarebbe tornata a casa entro pochi giorni.
Questo, però, non era il suo caso.
Si inginocchiò sul tappetino, la frustrazione le colorò di rosso scuro i pensieri finché non intravide il suo riflesso nello specchio verticale.
L’immagine di una tizia scarmigliata con il broncio da bimba capricciosa la fece scoppiare in una risata fragorosa, irrefrenabile.
Singhiozzava, tanto non riusciva a prendere aria.
«Che succede?» Marzia, l’amica che l’aveva accolta, spalancò la porta.
Anna si voltò verso di lei. «Dio che faccia… che… hai!» Per i singulti parlava a scatti.
«Sembra…sembra tu abbia visto una…matta?» E giù altre risate.
«Togli pure l’interrogativo, io qua vedo una tutta fuori di melone.» L’occhio andò al casino che c’era in terra. «Ancora qualche problemino di ambientazione?»
Una rapida occhiata all’ora e il riso scemò. «Scusa. Finisco di raccogliere e ti lascio campo libero.» Anna gattonava, in una mano stringeva il contenitore, l’altra era tesa ad abbrancare più roba possibile in un sol colpo.
Accompagnava la raccolta con un sommesso borbottio: «Svelta! Che dobbiamo sfidare i pullman, i tir, gli scuolabus, le navette e gli altri pendolari come noi che arrancano verso zone industriali e uffici alla stessa ora, sulla stessa strada, pronti a ucciderci pur di guadagnare qualche metro in più di asfalto e arrivare puntuali.»
Si rimise in piedi con la roba stretta al petto e fece per uscire.
Marzia la trattenne per un gomito. «Ehi, aspetta, c’è ancora tempo. Come va? Siamo sempre di corsa, io con la palestra, tu impegnata con il teatro. Non abbiamo mai avuto tempo di parlare.»
Anna tenne lo sguardo fisso sulle proprie mani. «Cosa vuoi che ti dica? La storia la sai: Marco si è inventato di tutto pur di spillarmi denaro. Mi sto ancora chiedendo perché ci ho messo tanto ad andarmene. Eppure, i segnali c’erano tutti.»
«Te lo dicevo che giocava.»
Anna annuì e grossi lucciconi presero a sgorgare dagli occhi. «Ho continuato a raccontarmi storie anche quando è diventato cattivo. Credevo passasse solo un brutto periodo.» Si portò la mano alla guancia. «Lo schiaffo però non me lo sarei mai aspettato.» Tirò su con il naso.
«L’amica l’abbracciò. «Forza. Ora ne sei fuori. Hai il tuo lavoro, le tue passioni, tante persone che ti vogliono bene.»
«Hai ragione. Grazie ancora per l’ospitalità, non sapevo proprio dove andare.» Finalmente un sorriso sbucò tra le lacrime. Fece per raggiungere la camera, ma sulla soglia si voltò. «Ci avevo creduto sai, a noi due? Pensa, avevamo già scelto i nomi per i nostri figli. È questo che fa più male.»
«Sei ancora giovane, troverai una persona migliore. Forza andiamo a prepararci altrimenti dovremo trovarci anche un nuovo lavoro!»

Laura Gronchi

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