WEN – SFIDA – Quella stupida sfida – Adriano Muzzi

“L’attesa è una freccia che vola e che resta conficcata nel bersaglio. La realizzazione dell’attesa è una freccia che oltrepassa il bersaglio.”

  • ?Søren Kierkegaard

Il cielo si fece bianco, il sole era ormai solo una macchia sbiadita allo zenith.

Sarebbe davvero tornato?

Scalò una duna di sabbia iridescente, ogni passo affondava come nel tempo perduto. Arrivò in cima e si inginocchiò, le mani spalancate verso il cielo. Pregava. Implorava. Ma sapeva già la risposta.

Il vento ululava nel silenzio. Davanti a lei, due tazze coperte di sabbia. Le aveva portate lui la sera prima, quando tutto era iniziato.

Quella stupida sfida.

«Domani a quest’ora tornerò. Vincerò per te.»

Le sue parole riecheggiavano nella mente, crude e pretenziose. Non aveva lasciato spazio ai dubbi. Loro due, seduti sotto il cielo rosso della sera, uniti e distanti allo stesso tempo. Lui si era alzato, aveva abbassato il cappello sugli occhi e aveva aggiunto, con un sorriso sicuro:

«Ti porterò il suo cuore.»

Non il suo. Quello di un altro. Un uomo che lui doveva uccidere.

Lei lo aveva guardato, aveva scosso la testa, ma non aveva detto nulla. A cosa sarebbe servito? Quando il vento soffia nel deserto, puoi gridare quanto vuoi, ma nessuno ti sentirà.

Ora era lì, sola, sotto il sole impietoso. Il calore che le ruba la lucidità.

Fu allora che lo vide. Un mulinello di polvere si alzò davanti a lei, danzando nel bagliore tremolante dell’orizzonte. Una sagoma emerse tra le onde di calore: cappello di pelle a tesa larga, pistola legata alla coscia sinistra, lo sguardo di ghiaccio—ma non per lei. Per il mondo intero.

Si mosse verso di lei, ma qualcosa non andava. La camminata era lenta, incerta. Il vento gli sollevava il mantello, rivelando una macchia scura sulla camicia, all’altezza del fianco.

Lei si alzò barcollando.

«Sei tornato…» sussurrò.

Lui le sorrise. O forse no. Il calore distorceva tutto. Anche il cervello, anche il pensiero.

Poi cadde in ginocchio.

Ora aveva tra le mani soltanto sabbia. Sabbia che scivolava via tra le dita lasciando le mani vuote, come vuota era diventata la sua mente. Vuota come la stalla di una fattoria abbandonata, dove nessuno ci avrebbe mai più abitato. Rimase immobile, attendendo ancora un ultimo miracolo. Ma intorno a lei il vento portava via ogni cosa, comprese le sue ultime speranze.

Le sue dita si aprirono.

Sabbia. Solo sabbia. Scivolò tra le mani, lasciandole vuote. Come vuota era diventata la sua mente. Come vuoto sarebbe rimasto quel deserto.

La trovarono così, inginocchiata, bruciata dal sole come un tizzone nel caminetto. Una macchia nera sciolta nell’oro del deserto.

Adriano Muzzi

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