WEN – SICCITA’ – Amin – Caterina Perrone

«Amin vai a prendere l’acqua!»

«Devo andare a scuola!»

«Ci andrai dopo. Ora l’acqua! A studiare non si beve.»

Sempre così. La scuola sempre dopo. Ma io lo so che solo se studio potrò scappare da questa  polvere.

Invece devo fare cinquemila passi per arrivare dove c’è l’acqua e dovrò aspettare in fila, sotto il sole e, se ne rimarrà, sarà un’acqua che assomiglia piuttosto al fango. E poi ancora cinquemila passi per tornare, sotto i raggi spietati, con un peso che mi stronca la schiena. Ma posso dire di no a mama che ha sulle spalle tutti noi fratelli?

L’unica soddisfazione è quella ciotola di acqua che mi danno da bere, che mi sgronda ai lati della bocca, che mi bagna la pelle secca. Mi sento come una pianta che viene annaffiata.

Non è solo la fatica che mi toglie le forze, è anche vedere questa ragnatela di crepe che ricamano la nostra terra dove le piante non crescono più. Forse sopravviveranno quelle grandi che arrivano con le radici fin sotto dove, dicono, c’è acqua, anche se non piove da almeno due anni.

Che schifo questo odore! Quella bestia deve essere morta da poco, perché ancora puzza e le mosche l’hanno coperta come un mantello.

Bestie e piante, fratelli e sorelle, siete assetati come noi, abbiamo lo stesso destino.

La mia scuola… chissà se arriverò in tempo almeno per la fine della lezione. La maestra mi piace vederla, ascoltarla, mentre mi sorride; porta un vestito pulito, quando mi avvicino sento un profumo buono di persona che si lava.

Che rabbia, se penso che qualcuno può lavarsi e noi si beve quando la bocca diventa secca che quasi non si riesce a parlare. Mama, quando chiedo acqua, mi dice: «Troppo presto, hai appena bevuto.» Sì, quattro ore fa!

La mia pianta di acacia mi ha sempre fatto ombra; mi metto a studiare là sotto e dimentico, penso a come sarà la città dove andrò a vivere quando avrò il diploma. Ma ora ha perso tante foglie, quelle che restano sono appassite e secche. Povera pianta.

A volte sogno l’acqua, sogno che mi bagno nel fiume e rido, gioco con gli ippopotami, con gli elefanti che mi schizzano. Quando mi sveglio e scopro che non è vero niente, è ancora peggio. Sento l’odore della terra bruciata, non sento più l’odore dell’orto che coltivava mama. Ora non cresce quasi più niente. Come si farà? Al mio villaggio nessuno parla di futuro, perché quello che verrà fa troppa paura solo a pensarci.

Stamattina sono arrivati degli stranieri. Sono riuscito a capire qualche parola di inglese.

Parlano di acqua, ma quale? Dove la vedono? Io non ricordo neanche più com’è l’acqua pulita.

Parlano di un pozzo e di come portarla in superficie. Sì, ma come faranno? Credono che non ci abbiamo pensato anche noi?

Dicono che faranno una pompa e la forza la prenderanno dal sole. Bravi loro! Chieder al sole è come chiedere al nemico di darti da bere. Quello piuttosto ti uccide per rubarti la tua di acqua.

Pannelli solari! Certo, qui di sole ce n’è quanto se ne vuole, anche troppo. Si venderebbe volentieri, ma chi ce lo compra?.

«Vieni ragazzo! Vuoi lavorare con noi?» Quando l’ho sentito non sapevo se fidarmi o non fidarmi, Che cosa potevo fare io per loro? Poi chi ci va più a scuola? Chi va a prendere l’acqua? Si è messo a ridere l’uomo, deve aver letto nei miei pensieri, deve aver capito che non mi fido. Ha un bel modo di ridere però. Ho quasi voglia di credergli.

«Vieni, abbiamo bisogno di persone come te. Tu vuoi andartene da questa terra? Non vorresti piuttosto stare qui a coltivarla? Studiare e imparare a usare le tecniche più all’avanguardia. Sei tu la speranza. Tu e gli altri giovani non dovete andarvene più, trasformeremo questa terra bruciata in un giardino. Coraggio! Hai le spalle buone. Vieni. Come ti chiami?»

«Amin.»

di Caterina Perrone

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