WEN – SICCITA’ – La grande arena – Adriano Muzzi

Non conosciamo mai il valore dell’acqua finché il pozzo non si prosciuga.
(Thomas Fuller)

L’alba di un nuovo giorno stava per bagnare la terra arida che ospitava il villaggio di Sara.

La bambina aprì gli occhi alla prima luce, faceva già caldissimo, sentiva le labbra secche e appiccicose, la gola in fiamme. Dalle fessure delle persiane lame di luce giallastra ferivano il pavimento polveroso.

La bambina si alzò e s’incamminò verso il raccoglitore d’acqua della sua abitazione; si trattava di un enorme imbuto che aveva il compito di raccogliere eventuale acqua piovana e umidità residua della notte. Ma, come succedeva ormai da anni, era un evento raro vederla riempita o almeno con qualche goccia di liquido all’interno. Anche quella mattina la semplice e nefasta previsione non fu smentita. Sara era la componente più giovane della famiglia, 7 anni, e aveva la responsabilità di procurare acqua potabile per tutta la famiglia: la nonna, il fratellino e un gatto. I genitori erano morti anni prima durante le 5 guerre per il possesso dei laghi centrali.

Sara indossò le varie protezioni contro i raggi del sole implacabile: occhiali scuri, cappello a falde larghe e vari stracci per ricoprire le parti del corpo esposte. Con passo lento prese il sentiero di terra battuta che costeggiava il villaggio, che attraverso varie colline di sabbia, portava alla valle del paradiso. Il nome, purtroppo troppo fantasioso, era stato inventato da un amico di Sara che l’aveva scelto a causa della zona d’ombra persistente che regnava in quella piccola gola.

Dopo mezz’ora di cammino tra sabbia e sassi arroventati, Sara arrivò nella piccola valle e scorse subito gli ombrelli rovesciati: strutture di tela costruiti alla bene in meglio per catturare qualsiasi microgoccia di umidità che vagasse nella notte. C’erano cinque strutture, una era della sua famiglia; Sara si avvicinò al rubinetto che chiudeva l’ombrello in basso, avvicinò la borraccia e girò la manopola in senso antiorario. Nulla, nemmeno una goccia. Aspettò qualche secondo con la remota speranza che la pressione e la gravità svolgessero il loro lavoro, ma niente. La notte, come tante precedenti, era stata troppo secca. Sara si lasciò cadere sulle ginocchia creando uno sbuffo di polvere bianca che le sporcò il viso già madido di sudore. Ogni giorno la stessa storia.

Sapeva cosa doveva fare. Si rialzò con uno sbuffo, si asciugò la fronte con la manica lercia della maglietta e si rimise in cammino; zoppicava leggermente, le scarpe ormai logore non le fornivano la protezione necessaria dalla sabbia bollente e dai sassi aguzzi.

Dopo un’altra ora di sudate arrivò alla “grande arena”, si chiamava così per varie ragioni, una di quelle era dovuta ai combattimenti che si svolgevano per conquistare un po’ d’acqua da una sorgente sotterranea ancora produttiva. Sara vide due ragazzi che si accalappiavano senza risparmiarsi colpi; dei vecchietti invece s’insultavano agitando bastoni e stampelle improvvisate.  

La bambina puntò una pozzanghera che si era formata probabilmente dopo qualche baruffa. Corse veloce estraendo contemporaneamente la borraccia dalla sacca che aveva al collo. Qualche secondo prima di chinarsi verso il prezioso bottino, un calcio sul fianco la fece caracollare nella polvere.

 – Non provare ad avvicinarti, mocciosa!

A parlare era stato un ragazzo con un turbante rosso. Sara si mise seduta con fatica, il dolore al fianco era forte.

Non riuscì a scorgerne il viso perché era controsole, ma dietro di lui si vedeva chiaramente il “grande palazzo bucato”, o almeno quello che ne restava. La nonna gli aveva raccontato che tanti anni fa lo chiamavano Colosseo.

di Adriano Muzzi

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