Non pioveva ormai da più di due mesi.
Il modesto corso d’acqua (chiamarlo fiume sarebbe dargli troppa importanza), che attraversava il paesino di Rocca Capitolina, era ridotto ormai ad un ruscelletto che lasciava qua e là tante pozze di acqua quasi ferma dove nuotavano a centinaia i girini pronti a diventare, nel volger di un paio di settimane, gracidanti ranocchi.
I campi intorno al paese, che boccheggiava per la grande siccità, erano inariditi.
Il sindaco aveva emesso un’ordinanza nella quale, nell’intento di limitarne il consumo, intimava di non innaffiare orti e giardini se non dopo le nove di sera, proibiva di lavare le macchine, vietava di cambiare l’acqua delle piscine private (ce n’erano poi in quel piccolo paesino piscine private?) ed infine consigliava di adottare, per l’igiene personale e per gli usi domestici, tutti gli accorgimenti atti ad evitare lo spreco dell’acqua.
Porfirio Cherubini, un signore sulla sessantina che viveva da solo in un piccolo casolare ai margini del paese, era molto preoccupato.
Non certo per l’ordinanza del sindaco
Infatti non aveva mai avuto una piscina (figurarsi !), non possedeva più una macchina da tanto tempo, e non gli pesava certo il dover innaffiare il proprio piccolo orticello solo dopo le nove di sera.
Era preoccupato per la mancanza dell’acqua piovana, perché proprio dell’acqua piovana aveva bisogno.
Porfirio che, come impiegato comunale era stato addetto alla cura dei giardini di Rocca Capitolina, una volta andato in pensione si era appassionato alla ibridizzazione dei fiori e, dopo tanti tentativi e tanti innesti, era quasi sul punto di creare una nuova varietà di rosa, la rosa blu, e, dopo aver ottenuto rose con larghe striature di colore azzurro, era sul punto di vedere finalmente sbocciare una rosa completamente azzurra.
L’avrebbe chiamata Rosa Porfiria e voleva presentarla alla prossima Esposizione Nazionale di Floricoltura.
Ma per portare a compimento la sua opera aveva assoluto bisogno dell’acqua piovana.
Nell’acqua dell’acquedotto comunale si trovavano tante sostanze come il cloro, il calcio, il magnesio ed altre che avrebbero danneggiato la sua creatura.
L’acqua piovana ci voleva, solo l’acqua piovana.
Al bar della piazza, dove si era recato per prendere un caffè, confidò il suo cruccio al barista che gli confidò che, poco fuori del paese, abitava un signore che, si diceva fosse in grado, con pratiche che nessuno conosceva, di far piovere, una specie di mago della pioggia.
Pur con tanto scetticismo Porfirio decise di andare a trovarlo.
Questi, un ometto di mezza età, gli aveva spiegato che per vari motivi non poteva accontentarlo, ma alla fine, dopo che Porfirio gli aveva offerto una ricompensa di 500 euro, si arrese.
“Nel giro di due o tre giorni pioverà” assicurò nell’intascare la prima tranche della somma promessa.
Porfirio, pur non del tutto convinto, tornò a casa e si dispose ad aspettare.
Passò il primo giorno, poi il secondo, poi il terzo, neppure una goccia di pioggia venne a ristorare la terra inaridita.
Furente il quarto giorno si recò da quel cosiddetto “mago della pioggia”.
Lo trovò tutto imbarazzato e con in mano le banconote che aveva ricevuto come acconto.
“Sono mortificato” si scusò “È la prima volta che mi succede e non so spiegarmelo”
“Come sarebbe a dire “lo incalzò Porfirio” quali sono poi le pratiche segrete con le quali voleva far piovere?”
Messo alle strette, l’ometto alla fine confessò.
“Contravvenendo all’ordinanza del sindaco, e rischiando anche una grossa sanzione, ho provveduto a lavare la mia macchina”
Fece una pausa.
“Non me lo so spiegare, ogni volta che ho lavato la mia macchina il giorno dopo si è sempre messo a piovere”

di Brunetto Magaldi

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