WEN – SICCITÁ – Fatalità – Elena Lampugnani

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Intorno è tutto giallo. Ma non è il bel giallo dei limoni che vedo oltre la recinzione. Non è neanche il giallo dei girasoli, che si estendono nel campo di là dalla cancellata. È un giallo spento, quasi marrone. Un giallo frusciante. Ieri la più piccola ci ha camminato sopra. Rincorreva un pallone sgonfio, quello rosa che dimentica sempre sotto la finestra della sala. La sentivo calpestare l’erba e sembrava stropicciasse carta. Se guardo un po’ più in alto, vedo gli acini della mia amica uva che prendono già colore. Ma sono piccoli, nei pochi grappoli. Io sono rimasto solo, circondato da foglie poco più grandi di me: le vedo resistere, afflosciandosi.

«Ho sete» provo a gridargli quando lo vedo uscire, con quei bermuda stretti in vita dalla cintura di cuoio, la canotta blu e il cappellino per ripararsi dal sole.

«Dove se ne andrà con questo caldo?» mi chiedo ogni volta. Lo seguirei, se potessi, per vedere se anche altrove è così. Se anche negli altri orti l’erba è gialla e i miei amici sono rinsecchiti come me. Invece resto qua, nella solitudine.

Quando torna dalle sue passeggiate, ogni tanto si avvicina. Schiena curva e passi lenti. Mi gira intorno, poi sorride soddisfatto:

«Tu sì che ce la fai, bravo! Resisti!»

Io spero sia la volta buona, che mi dia un po’ da bere, una goccia di quell’acqua che va a prendere ogni giorno con la damigiana. Lo sento dire, quando esce:

«Vo’ a pigliare l’acqua del sindaco».

E se ne torna tutto tronfio, come di rientro dalla caccia grossa. Non posso fare a meno di domandarmi chi sia questo sindaco che ha così tanta acqua per tutti, ma per me niente.

A volte spero in lei. Una donnina grigia nella chioma e nera negli abiti. Ma luminosa, dal sorriso accogliente. La vedo rientrare dalla spesa con grandi buste di verdura.

«Si vede che le piace» rifletto.

Allora non capisco perché non si curi di me. Ogni tanto passa di qui, mi guarda e scuote la testa, allarga le braccia e sospira. Poi prosegue nelle sue faccende. Mi sembra una donna di compagnia, spesso invita gente a pranzo e a cena. La vedo apparecchiare qui di fuori in giardino, all’ombra del noce. Però non si interessa a me, alla mia situazione. È sempre indaffarata: esce la mattina presto e, quando rientra, si mette ai fornelli. Da qui posso guardare in cucina. Le piace friggere, anche in questa estate dal caldo infernale. La vedo sudare. E sopravvivere attaccandosi alla bottiglia di quell’acqua fresca che il marito porta a casa. Quando, poi,  lava i piatti, mi verrebbe voglia di tuffarmi, in quell’acquaio. Invece mi tocca stare qui, appeso e assetato. Non riesco nemmeno a crescere, a diventare uno di quei miei amici belli rossi e succosi che danno colore alle insalate. Sopporto e resisto. Da settimane, ormai. Oggi, però, c’è fermento, qualcosa di nuovo è nell’aria. Lavatrici, panni stesi. Zaini e valigie. Un’automobile parcheggiata qui davanti, sempre più carica. Lei prepara le borse, lui le sistema in macchina. Vanno avanti così per tutta la mattina. Li osservo pranzare al volo: pane e prosciutto, lui; insalata e uova sode, lei. Poi silenzio, per un paio d’ore. Persiane chiuse e nessun rumore.

Li vedo sbucare all’improvviso, quando la grande casa inizia a proiettarmi addosso un po’ della sua ombra. Mi passano accanto, uno dietro l’altra. È lei a fermarsi di colpo, nonostante porti ancora sacchetti pesanti. Mi guarda con aria compassionevole. Poi, brusca, si rivolge al marito. Bermuda e  canottiera blu, anche per questa occasione.

«Certo che quest’orto, lasciato così!»

«E che ci posso fare io, se non piove!».

di Elena Lampugnani

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