Cos’è la siccità?
Mancanza d’acqua.
Difatti non piove da Aprile, e quel poco è durato un battito di ciglia, non ha lasciato traccia sulla terra.
In TV vedo gli alvei dei fiumi in secca. L’immagine colpisce quel tanto che rimane sullo schermo, poi scivola via lontano, come un capello dalle spalle, soppiantata dalle preoccupazioni quotidiane.
Devi andare al lavoro. Hai davanti a te i soliti quaranta minuti di mezzi che arrancano alla velocità di un monopattino.
Un unico tappeto di asfalto, bucherellato qua e là, che congiunge il paesello alla città, e da lì alla zona industriale.
In auto accendo la radio e la sintonizzo su un programma musicale, mi distoglie dalla tentazione di lanciarmi in sorpassi suicidi, solo per guadagnare un metro in più.
Sono appena le otto ma fa caldo, il ventilatore nell’abitacolo è acceso al massimo, e spara in faccia aria tiepida. La foschia è scesa per lasciare posto alla palla lattea del sole, primattore di questa estate senza fine.
“Ti auguro solo giornate di sole”, diceva all’incirca una canzone d’antan. Chi l’aveva scritta non immaginava questo inferno, il termometro già segna ventisette gradi.
Chissà a quale temperatura record arriveremo oggi.
A dire il vero non m’interessa. Nei notiziari gli speaker usano sempre lo stesso tono grave, si sono adeguati al format teso a creare allarme e preoccupazione in chi li ascolta.
Appoggio il gomito al finestrino e guardo i campi gialli, risecchiti, i mulinelli fiacchi che si alzano dai viottoli.
Che voglia di una bella giornata di pioggia…
Stare alla finestra, guardare le gocce che cadono, che rimbalzano sui tetti, riempiono le grondaie, ridanno vita ai fiori, ripuliscono dalla polvere e purificano l’aria. Poggiare la guancia contro il vetro ghiaccio, con una struggente melodia in sottofondo…
Sono arrivata.
Stropiccio gli occhi, spengo il motore e mi accingo a trascorrere la giornata lavorativa nella caldera dell’ufficio, che dà a sud, senza neanche un palo a fargli ombra.
Apro le finestre, accendo il PC e i due ventilatori che mi asciugheranno il sudore dalla faccia fino a sera, inserisco le piastrine nel fornellino anti insetti, e mi spalmo di repellente: manca l’acqua, le zanzare mi hanno scambiata per il bar.
Mi fanno ridere gli “esperti” che raccomandano di usare con parsimonia l’elettricità. Venite voi a lavorare qui: a mezzogiorno, all’ombra, il termometro segna trentanove gradi, se non ti rinfreschi in qualche modo, il cervello squaglia.
A pranzo scaldo i nodless nel microonde e apro il quotidiano sul PC; non seguo TG e dibattiti, però una scorsa ai giornali la do quasi tutti i giorni.
La foto di un campo crepato dalla siccità capeggia in prima pagina, più sotto quella del Po in secca, seguono vari articoli sulla crisi energetica. Guardo il ventilatore acceso al massimo e mi viene d’allungare la mano. Ripenso poi all’aria condizionata a palla che c’era ieri in banca, (cacchio, ci sarebbe voluto il piumino!) e lo lascio com’è.
Chissà quanti fanno come me?
Arrivo a sera, sono a casa, sotto il flusso della doccia tiepida, m’insapono, indugio, osservo la schiuma che scivola lungo il corpo portandosi via il pomeriggio rovente. Lascio la finestra e la porta del bagno aperte, così l’aria scorre e provoca brividi sulla pelle bagnata. Non verrei mai via.
Chissà quanti fanno come me?
Ripenso al campo crepato ed esco.
Mentre mi asciugo rifletto. Vuoi vedere che senza un’educazione civile radicata, senza una politica seria di ottimizzazione delle risorse, con l’individualismo che ci spinge a occuparci solo del nostro orticello infischiandocene degli altri, saremo i prossimi a scappare dal paese sui barconi in cerca di un futuro migliore…

di Laura Gronchi

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