WEN – SOGNO – Anna – Manna Parsì

   Stavo pranzando con mia figlia quando le dissi che mi sarei trasferito in un albergo per anziani nelle campagne poco distante dalla città.

   Beatrice non fu molto contenta della mia decisione ma mi capì. Anche lei avvertiva la necessità di cambiare. Lavorava e viveva all’estero ma negli ultimi due anni da quando Anna, mia moglie e sua madre, ci aveva lasciati, faceva ogni settimana la pendolare da un paese all’altro per starmi vicino.

   Una settimana dopo dalla sua ultima visita presi lo zaino, lo riempii di poche cose e mi recai all’albergo.

La direttrice Matilda era una vecchia conoscente, brasiliana tutta tonda con una risata allegra e mi accolse calorosamente. Per fortuna la cerimonia di benvenuto durò poco. Dopodiché mi presentò l’infermiera che si sarebbe presa cura di me. Mi sentii offeso, ricordandole che stavo bene e non avevo bisogno di una badante. Lei mi tranquillizzò dicendo che era solo per mettermi a mio agio. Non dissi nulla e diedi un’occhiata alla ragazza. Era alta e magra con occhi celesti, ciglia lunghe e girate senza un filo di trucco e il resto del viso era nascosto sotto la mascherina di protezione. I suoi bei capelli lisci e castani erano raccolti in su facevano intravedere un collo lungo e marmoreo e la divisa da infermiera le stava a pennello. Per un istante mi fece ricordare Anna da giovane. A quel pensiero mi venne un brivido e abbassai subito lo sguardo.

Nel frattempo la direttrice mi salutò e io con la mia giovane infermiera andai verso la mia stanza. Lei mi fece visitare tutto il palazzo con le diverse sale in cui qualche anziana leggeva o guardava la tv. Insistette per portarmi anche in palestra. Niente male, una piscina coperta con idromassaggio e la sauna.

   La mia stanza era grande e luminosa con la finestra che si apriva sulle colline. Ad Anna piaceva molto la campagna e adesso io avevo portato con me il suo ricordo. L’infermierina mi girava intorno come una farfallina, leggera e silenziosa per aiutarmi a disfare la valigia. La sua presenza mi infastidiva e le dissi che non mi serviva il suo aiuto e che avrei preferito fare da solo. 

   Molto presto me ne accorsi che convivere con tutti quei vecchi rimbambiti non era facile soprattutto negli orari dei pasti. Preferivo mangiare da solo ad un tavolo appartato vicino alla finestra, guardando il giardino pieno di fiori e pensando alla mia Anna. L’infermiera insisteva affinché almeno durante i pasti socializzassi. “Su signor Pietro, non sia così scontroso”, mi diceva ma io volevo solo passare il mio tempo con la mia adorata moglie. E quando lei mi ripeteva che non avevo nessuno eccetto quei “vecchi rimbambiti che odiavo tanto” mi arrabbiavo. Anna era morta ma c’era ancora mia figlia e la mia casa in città.

Perciò smisi di mangiare e dissi all’infermiera di chiamare Beatrice. “Devo tornare a casa, Anna mi aspetta”. Era inverno e faceva più freddo del solito. Ricordo che in quelle serate io e Anna ci mettevamo davanti al camino con una tazza di cioccolata calda e parlavamo del nostro passato e del futuro di nostra figlia. Non avevamo il senso del tempo perché si stemperava tra le nostre chiacchierate e le faccende. Ma qui il tempo non passava, era fermo come tutti gli abitanti dell’albergo.

   Una notte mi venne la febbre, chiamavo Anna, si aprì la porta della stanza ed entrò una donna. Somigliava in tutto alla mia Anna. Mi avvicinò e mi diede un bacio sulle labbra. Mi disse di alzarmi e di vestirmi perché era tempo di ritornare a casa. Mi vestii e lei mi mise il cappotto e uscimmo. Nevicava.

   “Signor Pietro perché è uscito di nuovo? Quante volte le devo dire che lei non ha una moglie, tanto meno una figlia. Inutile cercarle”. Era la voce di Matilda. Anna era ferma vicina lei. La chiamai.

“Spesso scambia l’infermiera con sua moglie e sua figlia che non sono mai esistite. Si ricorda due anni fa quando arrivò qui? Aveva uno zaino e una macchina di lusso, niente altro. Mi disse che avrebbe voluto vendermi la macchina in cambio di tre anni di soggiorno in questo posto ed io ho accettato perché era solo e disperato”.

   La guardai e le dissi arrabbiato: “Perché vuole svegliarmi da un bel sogno?”. Presi per mano Anna e andammo verso l’uscita.       

di Manna Parsì

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