Da quando ho perso il lavoro ho molto tempo per me stesso, questo lo devo ammettere, anche se mi secca non poco non avere la tranquillità economica che avevo prima. Cioè, tanta tranquillità non ce l’avevo neanche allora, ero pur sempre un precario, ma almeno i miei risparmi non calavano come avviene adesso. Odiavo il mio lavoro: cinque ore al giorno ad un telefono ad importunare i cittadini con offerte commerciali di cui farebbero benissimo a meno, per uno stipendio ridicolo. Quando mi hanno mandato via, per “scarso rendimento”, ho provato un senso di sollievo, mentre uscivo da quel palazzone di vetro e cemento armato nell’estrema periferia e mi dirigevo a passi fiduciosi verso la fermata del bus. Ricordo, era un tardo pomeriggio assolato e le poche nuvole che spuntavano dai monti si coloravano di rosa negli ultimi raggi del sole.
Dopo qualche settimana l’entusiasmo cominciò a scemare e a farsi strada un’inquietudine che gli ansiolitici non cancellavano mai del tutto. Quegli ansiolitici che mi appannavano la mente ma di cui non potevo più fare a meno. Oscure paure si affacciavano soprattutto al tramonto. Paure di cui non so rendere conto, anche stupide e banali come attraversare la strada o fare un giro in bicicletta in mezzo al traffico. Paure di malattie o di finire i miei giorni da barbone.
Cercavo allora di non pensarci, di distrarmi con la lettura. Nel pomeriggio approfittavo delle ultime giornate tiepide d’autunno per immergermi in qualche romanzo seduto su qualche panchina di un parco pubblico, come ad esempio quello del Neto, a Calenzano. È un bel parco, fresco e ombroso anche d’estate, col laghetto e le paperelle che vi nuotano felici (o così mi piace immaginare), pieno dei colori accesi di novembre e le foglie morte che ricoprono il terreno in un puzzle che nasconde qualche disegno segreto. Quella sera stavo appunto finendo di leggere un racconto di Borges – quale non ha importanza – quando decisi di fare una passeggiata fuori dal parco, nei dintorni. C’era una scuola lì vicino, un edificio moderno, anonimo, rettangolare, simile a tanti complessi scolastici degli anime nipponici. Pensai a come sarebbe stata la mia vita se, anziché seguire i “consigli” dei miei e iscrivermi a ragioneria, avessi seguito la mia prima vocazione e mi fossi iscritto al liceo artistico o a qualche scuola professionale. Forse adesso avrei un lavoro. Chissà.
Ma se è vero che la storia non si fa con i “se”, è anche vero che non si può fare a meno di pensarci. Quel pomeriggio solitario, davanti a un campo da calcio deserto, io pensavo a una vita ipotetica, mentre la brezza mi scorreva sulla faccia portandomi l’odore di legna bruciata e di foschia. Ero fermo lì, a guardare quella scuola e quel campo da calcio, mentre un brivido mi correva lungo la schiena. Avevo sentito – mi era parso di sentire – un grido lontano.
Guardo meglio sul campo di calcio: un gruppo di ragazzini sta giocando una partita, uno di loro ha preso un calcione in uno piede e sta strillando come un ossesso. Anche la mamma, a bordo campo, sta strillando forse più del ragazzino. Deve essere lei quella che ho sentito poco fa. Mi fermo a guardare quello che succede sulle piccole tribune del campetto. Tra i genitori c’è grande agitazione. Evidentemente quelli del ragazzino colpito dal calcione, stanno recriminando con quelli del ragazzino che il calcione l’ha dato.
«Niente di nuovo sotto il sole» mi dico.
E la mente va a trenta anni fa.
Dalla cassetta dell’auto di mio padre si sente la voce di Venditti che canta “Notte prima degli esami”. Il mio migliore amico è seduto dietro: lui è il portiere della squadra d’esordienti dove io sono il centravanti. E faccio un sacco di goal, fino a portare la squadra di questa frazione del paese fino ai vertici della classifica. Se ne sono accorti anche quelli del giornalino del calcio della regione, che parlano di me come di “una delle più promettenti promesse del calcio giovanile”.
«Hai visto cosa ha scritto “Calcio più” questa settimana?» mi chiede Nicola, il mio amico e compagno di classe in terza media. Io faccio di sì con la testa che lui riprende: «Mi ha detto un tizio della società, quello lungo sempre con la sigaretta in bocca, hai capito?». Faccio di sì con la testa: Nicola sta parlando del titolare del negozio di frutta della nostra frazione, che è anche il direttore sportivo della società. Ma Nicola, che si preoccupa più dello studio che del calcio, queste cose non le sa. Talvolta penso che venga a fare il portiere della squadra per stare un po’ di più con me, che non per una vera passione sportiva.
«Mi ha detto di dirti che questa mattina, alla partita, ci saranno anche osservatori di altre società, molto più importanti della nostra, che saranno lì per vedere te e, eventualmente, chiedere alla nostra piccola società di cederti ad una delle loro. Capisci? Sei già famoso! Mi raccomando fanne uno dei tuoi anche stamani».
Vedo la testa di mio padre che oscilla, come dire che è d’accordo anche lui, che io faccia tanti goals e sia ceduto ad una società più titolata e che possa dare maggiori opportunità di gioco e di crescita sportiva a suo figlio. Ma non lo dice e si limita a biascicare: «Almeno giocheremmo in campi meno fangosi e con tribune in cui si possa stare a guardare un po’ rialzati…»
Io sto zitto e mi dico che non sbaglierò certo l’occasione.
Così fu, feci due goals anche quella mattina nel calcio fangoso di Colonnata e così finii a giocare nella Sestese, società particolarmente blasonata per il calcio giovanile.
Rimasi con loro, sempre tra i più bravi a fare goals per più anni. Si riuscì perfino a vincere un trofeo nazionale della nostra categoria. E io ci avevo messo lo zampino con i miei goals.
Fu così che venne la tanto sospirata occasione.
«Domani alla partita ci sarà un osservatore della Fiorentina. Mi raccomando fagli vedere come sai fare goal, mi disse il tecnico della Sestese, come per incoraggiarmi.
Io da quella sera vissi un sogno continuo. L’dea di entrare nei ranghi della mia squadra del cuore, mi riempiva di orgoglio e mi faceva sognare ad occhi aperti.
Sarà stata la troppa emozione, sarà stata la sfortuna, fatto sta che quel giorno, di fronte all’osservatore della Viola, non ne imbroccai una.
Ma non per questo smisi di sognare. «Se l’osservatore della Fiorentina è venuto una volta, prima o poi ritornerà. Basta che io giochi bene e tutto andrà a gonfie vele». E mi vedevo già con la maglia numero nove sulle spalle a prendere il posto di Batistuta!
Dopo alcuni anni di sogni ad occhi aperti, si fece avanti il Prato, che militava in serie C, a richiedere di portarmi nella loro prima squadra. Per un prezzo banale quelli della Sestese mi cedettero volentieri e mi incoraggiarono come se quello fosse stato il primo passo verso nuove mete. Per me, il sogno rimaneva quello della Fiorentina. Ma naturalmente dissi di sì al Prato, che mi fissò pure un compenso mensile per me non banale.
Intanto stavo terminando le scuole superiori, quell’istituto di ragioneria che i miei avevano voluto che frequentassi, nonostante io amassi di più l’arte e la scrittura. Anche la lettura era un modo mio per rilassarmi e stare a contatto col mondo reale che la vita sportiva, vissuta così intensamente, rischiava di farmi perdere di vista.
Passarono altri anni, dal Prato fui ceduto in una società chiantigiana di serie D. «Uno come te, in quella categoria, sarà sicuramente tra i migliori. Chissà che prima o poi…».
Io avevo smesso di sognare la Fiorentina. A trenta anni passati, cominciavo a capire che non ce l’avrei fatta più.
Fu così, tra una partita e l’altra, che mi misi a coltivare l’altra mia passione: la scrittura. Su questo versante era la mamma che mi seguiva con più attenzione. Secondo lei sarei potuto diventare più famoso di Fabio Volo, Che era come dire il massimo, per lei. Io un po’ ci volevo credere. Comincia così a sognare di diventare uno scrittore famoso. Vinsi perfino un premio di una associazione di cui non ricordo il nome, con un mio racconto basato sulle mie esperienze sportive. «Si sente che hai una grossa esperienza nel ramo», mi disse il presidente della giuria, consegnandomi l’assegno da 30 euro per l’acquisto di libri nella libreria locale. Io giocavo e scrivevo e mi illudevo ancora di diventare davvero una celebrità. Poi sono arrivati i quaranta. Ho dovuto appendere le scarpette al chiodo quando oramai militavo nelle squadrette di infima categoria dove non c’era più neppure un compenso. Premi letterari non ne vedevo e dovevo cominciare a guadagnarmi da vivere.
Guardo meglio quello che sta succedendo sulla tribunetta del campo di calcio. I genitori dei ragazzini stanno per venire alle mani. Questo non lo posso permettere. E’ pur sempre uno sport, il calcio e non si possono distorcere così le speranze di quei ragazzini che in campo ce la stanno mettendo tutta.
Mi affretto e arrivo sulla tribunetta. Mi faccio avanti e comincio a fare una ramanzina come si deve a quei genitori sbagliati. Qualcuno mi riconosce. In fondo ho calcato spesso anche questo campo di calcio! Fatto sta che riesco a convincerli e a riportare la calma. Sento alcune mani che mi ringraziano con una botta sulla spalla.
«Sono bravo davvero nel mio ramo. Ho esperienza e argomenti. Forse potrei fare l’arbitro. Ne ho conosciuti di famosi che tuttora sono ascoltati da tutti nei programmi sportivi». E mentre mi dico queste parole, ricomincio a sognare.


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