WEN – SOGNO – La ventiquattrore – Antonella Cipriani

Avevano litigato di brutto. Sapeva che era successo, anche se non ricordava bene le parole spese, le motivazioni, la fiamma che aveva scatenato il putiferio. Gli rimaneva però addosso la consapevolezza dello scontro, del rimbalzo, dell’inutile confronto senza volontà di accordo e di riconciliazione risolutrice. Questa condizione non lo stravolgeva affatto, anzi l’avvolgeva in un languore di felicità come quello di un bambino appagato per il regalo tanto desiderato e infine ricevuto.

Aveva aperto la finestra, lasciandosi inebriare dai tiepidi raggi di un sole appena sorto.

Respirò a pieni polmoni, poi si diresse nel corridoio dove nell’angolo accanto alla porta d’ingresso c’era la sua ventiquattrore, la valigetta che conteneva i documenti di lavoro. L’agguantò e tornò in camera per svuotarla e riempirla di un paio di calzini, un paio di mutande, una canottiera e un maglioncino leggero. Nel bagno prelevò lo spazzolino, il dentifricio, un pettine e le pastiglie per l’insonnia. Quelle non potevano mancare. Prima di chiuderla vi lasciò cadere un libro, “Il barone rampante”, letto e riletto più volte nell’arco della sua vita. Ecco, quella sarebbe stata la sua prossima occasione.

Uscì. Non uno sguardo alla casa, agli oggetti che lo avevano accompagnato in quei trent’anni di vita insieme a lei. Niente rimpianti, nostalgie di un passato precipitato e sciolto come una nevicata d’inverno in città. Solo tanto desiderio di presente. Nessun dubbio, grazie anche a un conto in banca  ingente e sicuro. I soldi non erano certo la sua mancanza.

Camminò attraversando tutta la città. Le sue gambe di uomo maturo continuavano a reggere bene lo sforzo fisico. Il tennis che praticava tre volte la settimana sicuramente lo aiutava nello scopo. Si fermò quando la sua ombra si fece breve e il sole cominciava a picchiar duro. Un grande parco e un abete secolare, sembravano attenderlo. Si distese alle radici del tronco, stanco ma appagato, in compagnia di bambini allegri e giovani abbracciati poco lontani, figure festanti di un quadro bucolico.

Si addormentò all’istante, rassicurato dalle risate sincere dei piccoli e dal silenzio degli innamorati.

Frrr frrr … frrr frrr… frrr frrr… il ronzio ascendente della radiosveglia come un insetto fastidioso interruppe quel morbido paradiso. Lo scosse un brivido.

«Paolo, Paolo, svegliati altrimenti farai tardi al lavoro» la voce di sua moglie, come una  multipla coscienza lo richiamava al dovere.

Dov’erano finiti il magnifico prato, l’abete maestoso, il cielo azzurro, il sole cocente, i giochi colorati dei bambini e quelli appassionati degli innamorati? Indugiò ancora un poco nella speranza di ritrovare il suo Eden.

Sbirciò con un solo occhio la sveglia. Le 7.05. Si ostinò a serrare gli occhi convinto in tal modo di trattenere il sogno. Non ci riuscì. Perduto ogni contatto, li spalancò e si guardò attorno. Sua moglie già riassopita, gli dava le spalle. Riusciva a distinguere il rosso barbabietola dei suoi capelli, nonostante la pallida luce nella camera da letto. Non gli era mai piaciuto quel colore e in quel momento meno di sempre. Non si chinò per salutarla con un bacio come faceva un tempo.

Nel levarsi da letto avvertì una forte fitta al ginocchio sinistro, ricordo di un brutto incidente. Cambia il tempo, si disse.

Si vestì veloce come ogni mattina e uscì con urgenza dalla camera come se lance acuminate uscenti all’improvviso dalle pareti potessero trafiggerlo se non si affrettava. Niente colazione. Il caffè lo prendeva al bar. Prelevò  la valigetta ventiquattrore dall’angolo della porta d’ingresso. Se la ritrovò spalancata ancor prima di aver pensato di farlo. L’agenda, I documenti necessari per la riunione del mattino, gli avvisi bancari, le ricevute di pagamento, il blocco per gli appunti … ogni cosa era al suo posto. Una smorfia di delusione sembrò attraversargli il volto mentre la richiudeva. Sul lato opposto del corridoio  la sagoma della racchetta spuntava dalla bocca aperta del borsone da tennis. Chiuse la cerniera e se la mise in spalla. Speriamo almeno di poter giocare stasera, si disse, mentre usciva massaggiandosi il ginocchio dolente.

di Antonella Cipriani

2 risposte a “WEN – SOGNO – La ventiquattrore – Antonella Cipriani”

  1. L’insoddisfazione repressa della vita coniugale, sentimento che solo nei sogni trova un suo sbocco, una valvola di sicurezza che sfiata e fa sì che tutto continui a scorrere per forza d’inerzia, come pietre che rotolano giù dalla china passivamente, senza anima, senza più desiderio; tutto questo ha raccontato, anzi ha saputo raccontare con equilibrio e cuore l’autrice. Molto bene.

  2. Grazie Miriam, leggo ora il tuo commento preciso e sincero. Grazie

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