WEN – SOGNO – Sogno di Chiara – Paolo Orsini

Corro, corro all’impazzata, per superarli tutti, voglio essere la prima a raggiungere l’enorme quercia, arrampicarmi sui suoi grandi rami, fino alla cima, da dove posso ammirare il panorama della valle, fino alle montagne. Mi volto per vedere se sono riuscita a seminarli. Strano, non c’è nessuno, mi hanno lasciato sola. La solitudine mi disorienta, preferivo restare insieme a loro, provo un leggero, inconsueto senso di spaesamento. Con la schiena, mi appoggio al tronco per riprendere fiato, i sussulti mi fanno sobbalzare, faccio una serie di lunghi respiri per regolarizzare il battito cardiaco. Perlustro il grande albero alla ricerca del punto migliore dove iniziare l’arrampicata. I rami della grande quercia hanno poche foglie, forse sono cadute, per terra non ne vedo, forse il vento le ha trascinate via. L’ultima volta che sono venuta in questo posto, la grande quercia era verde e rigogliosa. Anche alla base del tronco c’era un fitto manto erboso, adesso soltanto arida terra. Che cosa è successo? Arrampicarsi non è difficile, i rami arrivano quasi fino a toccare terra, poi è un fitto intricare di rami, grossi, robusti, sicuri. Salto su e in breve, senza sforzo, arrivo in cima. Il sole sta quasi per tramontare, il disco rosso sembra fermo in cielo, concede a tutto lo spazio circostante la cupa oscurità dell’imbrunire. Mi avvolge un panorama talmente affascinante che mi stordisce, tutto intorno a me colline e montagne, boschi e vallate, ma non riesco a vedere nessun paese, nessuna luce delle case, eppure ricordo che le altre volte che sono salita fin quassù, ho visto paesi, castelli con le torri, chiese con i campanili.

D’improvviso, un grande corvo, nero come il buio della notte che sta per sopraggiungere, si posa gracchiante su un ramo, sopra di me. Credevo di essere giunta sul ramo più alto, invece l’uccello mi sovrasta. Si mette a gracchiare forte, a lungo, il becco spalancato, in un’irreale immobilità. Il suo richiamo fa arrivare uno stormo di altri uccellacci neri, tutti vorticano sopra la quercia. Li guardo da sotto in su, mi sembra di essere risucchiata dal nero, aereo girotondo dei corvi, al punto che devo sorreggermi a un ramo per non perdere l’equilibrio e volare di sotto. Da questa altezza mi sarei sfracellata, su quella arida dura terra alla base della querce. Ben presto, quasi tutti i rami si riempiono di questi inquietanti uccelli neri, sembra che abbiano sostituito il fogliame. Adesso, la grande quercia è una grande macchia nera che si staglia sul cielo, colore del sangue. Non ho paura, temo che succeda qualcosa di spiacevole, il corvo porta sfortuna, ho timore di cadere. Arrivano altri corvi, si posano sui rami, quelli che già si erano appollaiati, spiccano il volo e se ne vanno, adesso è un turbinare di ali, di schiamazzi, di artigli che afferrano i rami, di becchi che cozzano contro. Il fracasso è terribile, al punto che sono costretta a tapparmi le orecchie con le mani. Per un po’ chiudo anche gli occhi, terrorizzata. Quando li riapro, noto con stupore misto a orrore che sotto a ogni uccello, nel punto dove gli artigli delle zampe hanno fatto presa sull’albero, si è formata una macchia nerastra. La macchia avanza, con irreale velocità, ricoprendo il ramo, che si spezza, cade a terra, mentre il corvo vola via. La macchia nera è su quasi tutti i rami, come un veleno, che li uccide, li spezza, li fa cadere a terra. Mi rendo conto che devo scappare, scendere più velocemente possibile, per non cadere insieme ai rami avvelenati. I corvi se ne stanno andando, con un assordante gracchiare, ormai la quercia è tutta ricoperta di queste letali macchie nere, i rami si stanno sbriciolando, uno dopo l’altro, anche quello dove mi trovo adesso. Finisco a terra, cadendo di schiena, il colpo mi lascia senza fiato, mi rialzo a fatica, mi tocco tutto il corpo, per fortuna non ho nulla di rotto. Guardo sbigottita la quercia, le macchie nere l’hanno divorata, è rimasto soltanto il tronco, un mozzicone. I corvi sono scomparsi, riesco a mala pena a distinguere, in lontananza, una nuvola nera che si allontana sempre più, fino a scomparire del tutto.

Incubo” per gentile concessione della digital artist Helene Weifner.

di Paolo Orsini

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