WEN – SOGNO – Stregata dal sogno – Chiara Sardelli

Ti stai liberando del mantello a ruota, rigorosamente nero, mentre i tuoi occhi infuocati, quasi degni di un satiro vagano per la stanza. È un seminterrato, le mura spesse come quelle di un castello fanno da cinta ai locali di un’improvvisata cucina. Più che i fornelli mi colpiscono, alla vista, gli alambicchi, circondati da libri alti, rilegati in pelle che rimandano la preziosa rarità di un antico sapere. Ti ho aspettato a lungo, stamani mattina e, infatti, mi hai raggiunto che è quasi ora di pranzo. Il tuo destriero, sta nella vicina corte, le redini allacciate al possente anello di ferro, sta brucando, rimestando le erbe frammiste alla biada dal sacco di iuta che hai sistemato pendente dal suo collo per il suo pasto. Io sono vestita come un’inserviente, una modesta veste nera allacciata sul davanti, lo scollo ad uomo, i bottoni di madre perla che sbucano dalle asole e trattengono le generose forme Neanche ti degni di concedermi una parola, anche se il sorriso che ti increspa le labbra carnose restituisce un non so che di fascino al taglio della tua bocca altrimenti sgraziata e può fare le veci di un saluto. Avvicinandoti, sempre silente, recuperi da uno degli scaffali un blocco mal squadrato in pietra serena che, al tuo sollevarlo, acquista un’inusitata leggerezza. Con lo sguardo abbassato sul capace tavolo di marmo, mi guidi a recuperare una lima di dimensioni idonee. Allenata evidentemente da una lunga consuetudine, per niente sgomenta, inizio il lavoro. Ti do le spalle e sento il tuo sguardo che mi percorre le membra e mi scuote di dentro, il brivido che si fa strada lungo la schiena accende il desiderio, anelante attendo i tuoi baci. Non mi sbaglio, sei tu ora che ansimante vuoi il mio corpo e forse non solo quello. Mi strattoni dapprima alzato, premendo il tuo bacino sul mio ventre, strofinando il membro rigonfio che si fa avvertire sotto la stoffa dei pantaloni ancora chiusi. Mi prendi, vorace senza troppi riguardi, stesa sul pavimento, ti muovi con pochi colpi rapidi e ratti, lasci che il piacere ti sorprenda subitaneo raggiungendo il culmine. Tutto dura troppo poco, immusonita mi ricompongo e torno al tavolo, senza più l’ardire di guardarti e domandare. Il mento, alzato in subitaneo moto, porta gli occhi all’altezza della grata che separa la stanza dall’ambiente esterno. In lontananza si staglia la figura del giovane inserviente di colore che sta trascinando il cavallo verso le stalle. Inaspettato mi coglie un fremito, forse il ricordo di un’antica ferita rimarginata sì, ma ancora viva.

CASACCA ANTIBE NERO

di Chiara Sardelli

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