«Si può rivestire signora»disse il ginecologo avviandosi alla scrivania «le confermo che lei è incinta da circa tre settimane. Dalle ecografie che faremo fra tre o quattro mesi, potrà sapere se il nascituro sarà un maschietto o una femminuccia»
Avevo avuto un ritardo nel ciclo e, approfittando del fatto che il giovedì era il mio giorno libero da scuola, avevo fissato una visita dal ginecologo.
Ero andata da sola con un po’ di timore perché era la prima volta che mi recavo da un ginecologo.
Ma questi, con molta delicatezza, mi mise subito a mio agio e, dopo avermi visitato, mi comunicò la bella notizia.
Ero sposata con Paolo da poco più di un anno e, pur non confessandolo a nessuno, ero un po’ preoccupata per non esser ancora rimasta incinta.
E la stessa preoccupazione vedevo anche negli occhi di mia madre quando l’andavo a trovare e quando mi chiedeva se c’erano novità.
Comunicai la bella notizia a Paolo quando tornò dal lavoro.
Fu felicissimo, volevamo un figlio per completare al meglio la nostra unione il nostro amore, mi abbracciò e baciò con passione.
Dopo circa tre mesi mi recai con Paolo all’istituto di analisi per sottopormi all’ecografia.
La dottoressa spalmò il gel sulla mia pancia e cominciò l’esplorazione con lo sguardo sul video dove compariva il movimento di strane visioni ed ombre in bianco e nero.
Poi, sorridente rivolse decisamente verso di me lo schermo ed indicando qualcosa annunciò «È una femminuccia!».
Io, per la verità, non riuscivo a distinguere nulla, e penso nemmeno Paolo che, accanto a me, mi stringeva la mano, ma compresi dalla aumentata pressione che era felice come me.
I mesi che seguirono furono dedicati alla preparazione del corredo e all’allestimento della cameretta per l’attesa e desiderata ospite.
Ci fu qualche difficoltà per concordare il nome che avremmo dato a nostra figlia.
Paolo, appassionato di lirica, proponeva Ginevra, Luisa, Tosca, Aida nomi che a me non dicevano nulla e che non mi piacevano.
Io invece volevo ricordare la mia nonna materna, di recente scomparsa, e che si chiamava Giulia.
Concordammo alfine, per accontentare tutti e due, di chiamare Giulietta la nostra bambina.
Tornai un paio di volte dal ginecologo che mi assicurò che la gravidanza procedeva normalmente e che le ecografie confermavano che la bimba era sana e si sviluppava regolarmente.
Quando finalmente mi si ruppero le acque, Paolo mi caricò in macchina e mi portò il più velocemente possibile alla clinica dove avevamo fissato l’intervento.
Riuscii anche a telefonare al ginecologo che mi tranquillizzò assicurandomi che tutto sarebbe andato bene e che ci sarebbe stato anche lui in sala parto.
Anche Paolo, volle essere presente e, adeguatamente rivestito con camice e mascherina, assistette coraggiosamente al parto.
Il travaglio mi sembrò tanto lungo e alla fine, quando la mia creatura venne alla luce, ero sfinita.
Me la presentarono poco dopo lavata, profumata e avvolta nelle fasce, per attaccarsi al mio petto.
Dimentica dei dolori passati, al colmo della felicità, mormorai «Ecco la mia Giulietta»
«Giulietta?» fece stupita l’infermiera «ma è un maschietto!»
«Un maschietto?» esclamai «Ma doveva essere una femmina. Le ecografie dicevano che sarebbe stata una femmina!»
«No, no è proprio un maschietto» sorrise l’infermiera «Se vuole può controllare!»
«C’è stato un errore! Uno scambio di neonati!» gridai.
Intervenne il ginecologo che, come promesso, aveva seguito il parto.
«Stia tranquilla signora» mi assicurò accarezzando la testolina del neonato «Non c’è stato nessun errore. La creatura è proprio la sua, È quella che ha amorevolmente ospitato nel suo pancione per nove mesi.»
Poi aggiunse «Questo birbantello ha voluto farle una sorpresa. Tutte le volte che abbiamo fatto le ecografie, ha serrato le gambine in modo da nascondere il pisellino»
Era rimasto sorpreso anche Paolo che però, avendo assistito al parto, non aveva alcun dubbio.
Mi strinse la mano e mi sussurrò «Lo chiameremo Romeo»

di Brunetto Magaldi

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