
“Talvolta, quando si è nei guai, per uscirne bisogna fare qualcosa di folle, qualcosa di così inaspettato che il nemico resta paralizzato dalla sorpresa.”
(Ken Follett)
L’asilo ebraico si trovava a pochi passi dal centro del ghetto di Portico D’Ottavia a Roma. Bambine e bimbi piccolissimi affollavano l’entrata della scuola, tenuti a stento dai genitori che cercavano invano di scambiare qualche parola con gli altri adulti presenti.
Imponenti forze di polizia presidiavano l’entrata e le vie limitrofe, come sempre, e più che mai, a causa dei recenti accadimenti in Israele e nella striscia di Gaza.
Appena la campanella trillò, uno sciame di ragazzini scalpitanti fluì nel portone d’ingresso, veloci come l’acqua di un torrente con le rapide; dopo pochi secondi fuori rimasero solo alcuni genitori, qualche passante e gruppi di turisti in visita alla sinagoga.L’arabo teneva d’occhio la situazione attorno a quell’asilo già da giorni, da quando aveva deciso che sarebbe stato il suo obiettivo primario. Annotava mentalmente le uscite e le entrate di tutte le classi, il movimento degli insegnanti, gli spostamenti del bidello, che andava a prendersi un caffè durante la mattina e i turni di guardia dei carabinieri che piantonavano la zona.
Oramai si era fatto un quadro preciso ed era pronto ad agire.
Il giorno propizio arrivò, l’arabo si vestì tutto di scuro: felpa, pantaloni e sciarpa nera; mise la scatola di cartone nello zaino di pelle e s’incamminò a passo deciso verso il quartiere ebraico. Una volta arrivato, iniziò a fare avanti e indietro per le vie limitrofe, scrutando l’orologio varie volte per essere sicuro di poter eludere i controlli durante i cambi di turno dei poliziotti presenti in zona.
Si fermò dietro una grossa quercia e aspettò l’uscita canonica del bidello che si sarebbe andato a prendere il caffè di mezza mattinata nel bar di fronte all’asilo dove lavorava. Inspirò a pieni polmoni l’aria frizzante dell’autunno, il cuore eccitato che pompava il sangue fresco nel corpo palpitante. Si sentiva un supereroe, pronto all’azione, a qualsiasi azione.
Al momento giusto, l’arabo percorse i metri che lo separavano dall’ingresso dell’asilo nel tempo di un fulmine a ciel sereno. Come sapeva, la porta era stata lasciata accostata dal collaboratore scolastico in attesa del suo ritorno dal bar. Entrò senza essere visto da nessuno, come un’ombra si spostò tra i corridoi vocianti, per poi nascondersi nel piccolo bagno riservato ai docenti.
Dalla porta socchiusa sbirciava la classe dei bambini di quattro anni in cui voleva entrare: un bambino biondo e gracile lo colpì in particola modo, perché assomigliava tanto a suo figlio, morto durante un attacco di rappresaglia nella striscia di Gaza. Gli occhi gli diventarono lucidi, lo sguardo opaco; con la manica dell’impermeabile si asciugò una lacrima.
Al momento propizio balzò improvvisamente nella classe. I bambini lo guardarono per un attimo e poi tornarono ai loro giochi e mondi di fantasia. La maestra rimase a bocca aperta e poi fece per urlare, ma l’arabo le fece cenno con un dito sulle labbra di non dire nulla. L’insegnante rimase impietrita, sbiancata in volto e tremante.
L’arabo si tolse lo zaino dalle spalle e lo mise in terra, prese la scatola di cartone e chiamò i bambini perché si avvicinassero tutti attorno a lui a formare un cerchio. Spalancò la scatola. L’insegnante ebbe un sobbalzo e strillò, i bambini strillarono anche loro… ma di felicità. Nella scatola c’erano tanti piccoli animaletti di peluche, caramelle colorate, cioccolatini e strisce di liquirizia.
I bimbi si avventarono sui regali e sprizzarono gioia da tutti i pori, la maestra era in procinto disvenire da un momento all’altro.
L’arabo finalmente parlò:
“Vi voglio bene bambini, siete tutti fratelli dei miei figli, il mio amore è per il mio popolo, i palestinesi, per il vostro popolo, e per tutti i popoli della Terra. Pace a tutti e per tutti su questa terra!”
E così dicendo uscì alla spicciolata dalla classe. All’ingresso dell’asilo trovò una decina di carabinieri in assetto di guerra con le armi spianate; lo arrestarono strattonandolo nella camionetta di detenzione.
L’arabo anche nella fredda cella della prigione rimase con il sorriso stampato sul viso. Pensava che la miglior vendetta all’odio fosse l’amore incondizionato; pensava che fosse da stupidi cadere nella trappola della vendetta ‘dente per dente’. Pensava a suo figlio morto ammazzato e a tutte le vittime innocenti di guerre inutile e sanguinarie. Pensava a tutti i bambini israeliani che avrebbe reso felice fino al termine della sua vita.
L’amore incondizionato è sempre l’unica risposta possibile.
Pace e amore!
di Adriano Muzzi

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