
Da tre giorni gli uccelli mi parlano. Non so bene cosa vogliono dire, è certo che si palesano con una continuità sospetta.
La prima volta a casa, all’ora di colazione.
Gianna è appena uscita per la consueta lezione in palestra. L’appartamento respira silenzioso, in sintonia con l’ansimo lieve dei gatti acciambellati sul divano. Come in un gioco mi muovo in punta di piedi, non voglio disturbare né mura né animali.
Dalla porta finestra della cucina rimango fermo a guardare in giardino l’acero porpora, ormai quasi privo di foglie. Proprio in questo momento sospeso, improvvisi sul ramo, si materializzano in simultanea, un richiamo aspro e il profilo di un piccolo uccello aggraziato, splendente di luce come un dio azteco.
Il verso sgradevole è inconfondibile, l’ho sentito tante volte fra le querce che contornano la casa. Ma mai sono riuscito a vedere così vicina la ghiandaia.
Sorpreso, mi accorgo di avere interrotto il respiro, proteso ad osservare questa creatura meravigliosa. E così prossima, da distinguere bene le ali color azzurro acceso inframezzate da bande orizzontali nere, orlate di bluastro. Il resto della livrea si presenta, invece, di una tinta grigio-beige con delicate sfumature rosate.
Ci guardiamo entrambi, visibili. Io immobile, come una statua di sale, l’uccello con la testina in movimento, porgendo in una danza, prima un occhio, poi l’altro.
Trascorso qualche attimo sento scemare lo stupore, ormai sovrastato dal bisogno di caffeina. Sto per ritrarmi nel quotidiano, quando l’animale, repentino, piega la testa in basso e la tira su di scatto, questa volta coronata da una cresta di penne scintillanti.
Una magia di colore, un colpo di teatro, quasi avesse percepito il mio calo di interesse.
– Beccati questa. Guarda di cosa sono capace! –
A bocca aperta lo vedo svanire nel bosco. Mi sento senza rimedio, come un duellante che ha appena ricevuto la stoccata finale.
Il giorno dopo, alle undici in punto, faccio il mio ingresso sul piano vasca.
In ciabatte e costume, sono solo davanti alla superficie trasparente della piscina pubblica. Unico suono, il fruscio incessante dell’acqua nel moto perpetuo del circuito di riciclo.
Con gesto magnanimo il bagnino mi fa cenno di entrare cinque minuti prima dell’orario canonico.
Sul vertice della cupola, dall’esterno una calotta concava di vetro opaco fa trasparire il cielo. A osservarla ora dalla vasca, perfettamente chiusa com’è, ricorda una gigantesca lente a contatto.
Dopo un paio di vasche a stile libero, mi giro sul dorso, la faccia fuori dall’acqua e gli occhi all’insù. Nel transito, a metà circa del percorso, avverto beato sul viso il calore del sole riflesso dal vetro lassù in alto.
è allora che sulla sommità della calotta noto delle ombre in movimento. Sono zampette! Prima due, poi sei, infine molte, molte di più. L’ovale trasparente è ora saturo di uccelli neri.
Piombano da chissà dove, oscurano l’apertura in un rituale confuso, a metà fra la danza e una calca di piume senza schema.
Furiosi, rimbalzano sulla vetrata con una veemenza tale, da indurre a pensare che siano intenzionati a rompere tutto, per fare irruzione all’interno.
Quando, con l’ultima bracciata, entro nella porzione di liquido, resa torva dal riflesso del marasma pennuto, mi spavento, perdo la sequenza delle braccia, apro la bocca e bevo acqua, tanta acqua, fino a soffocare. Paonazzo, attaccato al sostegno della corsia galleggiante, guardo il bagnino che si avvicina alla mia postazione.
– Tutto bene? – mi dice. Io annuisco affannato.
– Hai notato là in cima? – indicando la sommità dell’impianto.
– In tanti anni di lavoro, non ho mai visto una cosa del genere! Pensi che vogliano comunicarci qualcosa? –
Due giorni dopo verso le 12, viaggio spedito in auto.
Scossi dal vento, gli alberi ai lati della strada, frusciano, sbattono come lenzuola stese ad asciugare. Fino dall’alba, funi di pioggia hanno saturato ogni spazio, sigillando cielo e terra in un grigio denso. Solo da poco, qualche sprazzo di chiaro.
Ne approfitto per accelerare, sono drammaticamente in ritardo.
Dopo Paterno, imbocco i tornanti lucidi di umidità che in tre chilometri mi condurranno a casa. Ansioso d’arrivare, non faccio caso al flusso costante di acqua non trattenuta, in scroscio dai muri a secco, né ai residui di pietre fioriti sul manto stradale.
Mantengo l’andatura sull’ultimo falso piano. Scalo di marcia, prima di affrontare la nervosa complessità delle prima curva in salita, la più secca e impaziente.
A metà del tratto, ormai pronto a controsterzare, sussulto.
Lo squarcio di chiaro sopra il parabrezza si oscura del tutto.
Ali dispiegate sopra la mia testa, così vicine da distinguerne la superficie bruna leggermente barrata di nerastro, vibrano al passaggio, oltre la spalletta della strada, in rapido precipizio verso il pendio boscato.
Disorientato, per un attimo, perdo il controllo del veicolo. Sbando, slitto, infine mi fermo stravolto, in mezzo alla carreggiata, il muso dell’auto contrario al senso di marcia.
– Ecco ora muoio, penso. Qualcuno mi verrà addosso. –
Ma non succede, non succede proprio niente.
Mi decido a guardare lo specchietto e resto stupefatto.
A pochi metri dall’auto, un masso enorme in mezzo all’asfalto, una costola rocciosa ceduta dalla montagna soprastante, precipitata lì a sbarrare il passo.
Infatti oltre il macigno, nell’altro senso, c’è un camion fermo, coi fari gialli lampeggianti. Lo tallonano due macchine, appena sopraggiunte. Le portiere spalancate, i motori inutilmente accesi.
Come una molla esco dall’auto per sporgermi dal parapetto. Sono stravolto! Guardo ansioso. Prima di sotto, poi in cielo, infine il masso.
– Erano le ali di un grosso rapace, quelle che ho visto. Sono sicuro! Forse un falco, oppure una poiana. – Ali grandi, capaci di oscurare il sole, sopra una preda indifesa. O forse, ali generose, quelle di un angelo, che ora sussurra al mio orecchio: – Tranquillo, non devi piangere, non ti devi spaventare! –

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