
Esaminava quelle vite, a una a una, come una mina vagante, alla ricerca di quel sale che non riusciva a trovarvi. Emiliano aveva solo ventiquattr’ore per la sua relazione al convegno cui era stato invitato. Il fatto che a organizzarlo fosse una fondazione in mano ai Padri Gesuiti, lo aveva indirizzato alle letture bibliche. Pagine di storie che per lui non significavano niente. Vuote sentiva le narrazioni evangeliche. Solo il racconto della sventurata moglie di Lot, nel libro della Genesi, poteva alimentare la sua immaginazione, ma non gli necessitava. Doveva trovare assolutamente un aggancio realistico che gli consentisse di parlare di cose di cui s’intendeva.
Non gli sfuggiva che la sua presenza al convegno, considerate le sue note posizioni laiche, spinte all’estremo dell’indifferenza agnostica, era voluta per garantire una sorta di pluralismo. Forse si aspettavano e addirittura si auguravano una voce fuori del coro.
Il tempo intanto passava e lui si andava innervosendo. Girava in lungo e in largo nel suo studio, misurando in passi, talora lenti, più spesso contratti, la distanza tra la porta d‘ingresso e la sua scrivania. Abbandonando il dubbio, l’aveva raggiunta, determinato a mettersi a scrivere, ma prima di accomodarsi, seduto di fronte al computer, non era riuscito a trattenere un moto di rabbia, mollando un pugno sul piano del mobile e mormorando tra i denti: ma proprio al sale della vita dovevano intitolare questo benedetto convegno?!
Sedutosi, lisciava con la mano destra la costola del libro che la sera avanti stava leggendo e lo aveva accompagnato con un senso di amara empatia verso le ore del riposo notturno. La vita agra l’aveva intitolato l’autore. Emiliano, con un moto istintivo di onesta intellettuale, riconobbe che era quello il nocciolo della questione. Non si può dare quel che non si ha. Se la sua vita in quel periodo era agra, agra sarebbe stata la narrazione al convegno.
Placato nell’intimo dalla conclusione, si stava predisponendo a immergersi in quel torpore che gli era ben noto e favoriva la sua creatività. Vi contribuiva anche la tazza di tè nero fumante che Evita, la donna delle pulizie gli aveva allungato, chiusa in un provvidenziale mutismo che gli era gradito
I suoi occhi ambrati si concedevano alle ombre immaginifiche, quasi fotogrammi dai colori stentati. Senza una vera continuità si stampavano nella memoria plastica del suo subcosciente
Toccava a lui ritrovare un senso logico, ricucire quella materia, estratta a strappo dal filo degli eventi storici
Che cosa avevano in comune gli uomini che negli antichi tempi percorrevano la Via Salaria con gli immigrati italiani della fine del diciannovesimo secolo che nella Camargue prestavano a soldo la propria manodopera, nelle saline vicino alla costa?
Emiliano si sentiva rimescolare il sangue riconoscendo i segni di quella passione che lo aveva sempre sorretto e aveva reso famoso il suo verbo nelle aule universitarie in cui dispensava le proprie riflessioni storiche.
Vedeva nitida l’immagine della pietra miliare romana, mentre il suo udito veniva percosso dal risuonare delle armi. Eppure, non solo le scarpe chiodate dei legionari percorrevano quelle distanze. Lo disturbava e in parte lo assillava l’orlo sgualcito di un saio francescano, la vista dei sandali, calzature economiche e di facile fattura consone a uomini che hanno abbandonato la vita secolare e si dedicano all’umile pratica della questua. Chissà se nei sacchi che portano a spalla, si nascondano oltre ai frutti della natura, rustici alimenti conservati sotto sale, resi disponibili dall’allungarsi di una mano pietosa.
L’immaginazione gli gioca un altro scherzo: vede mani giovanili scattanti nel muoversi, eppure quasi impacciate nel firmare il registro, rilasciando quietanza della busta che il superiore sta consegnando. Il giovane carabiniere ha raccolto il berretto per calzarlo nuovamente ben saldo sulla testa, la granata con fiamma torna ad adornarne la fronte.
Il giovane ha raggiunto i suoi pari, in rispettoso silenzio si stanno allontanando.
Spossato, Emiliano si curva ad appoggiare la testa sulla scrivania. Non sa quanto tempo passa cullato negli anfratti oscuri del sonno.
Quando si risveglia sa di avere sognato: una scultura a grandezza naturale scolpita nella sabbia. Il vento impietoso la sta corrodendo.
Il giorno dopo, al convegno, è arrivato il turno del prof.
L’orologio segna le dodici passate, il brusio tra le file delle poltrone si placa a stento. Gli occhi si sono fatti pesanti e distratti. Gli stomaci di molti già reclamano la pausa, sommessamente brontolando.
La giovane assistente ha depositato sullo scrivi in piedi, rialzato dalla pedana che delimita lo scranno riservato ai relatori, la boccia dell’acqua e il bicchiere, oltre al foglio dattiloscritto. Emiliano non ne ha necessità. Proferirà a braccio, improvvisando, almeno la sua provocazione introduttiva
Un ultimo sguardo alla platea che sembra essersi zittita La sua mossa di avere atteso in silenzio, deve aver funzionato. L’oratore con tutta la calma, termina di lustrare le lenti incorniciate dalla montatura sottile. Prende la parola, abbassando ostinatamente la testa sui fogli dattiloscritti, ma le frasi d’ inizio si snodano in un parlare quotidiano che sorge, sua sponte, senza particolari ausili. Quando l’interesse sta per calare, il discorso prende abbrivio:
«Bene io sono qui per parlarvi onesto. Vi sarete domandati che cosa avrà trovato, un uomo laico quale io sono, di tanto interessante nelle parabole evangeliche o nelle storie bibliche, così da decidersi e accettare l’invito in questo consesso. In effetti, ho fatto fatica a ritrovarmi tra quelle pagine Avrei potuto parlarvi della statua di sale in cui si è trasformata la moglie di Lot, della saggezza con cui i primi discepoli sono stati chiamati a fare la differenza in questo mondo, semplicemente ricorrendo alla loro natura munifica.
Tranquilli, ho deciso diversamente, assumendomi il compito di nutrire la vostra perplessità.
Il mio discorso vi parlerà del sale degli umili Delle vite agre che loro hanno condotto nel tempo, del modo in cui sono stati derubati dei loro sogni, eppure hanno trovato la forza di andare avanti.
Anche loro hanno avuto il proprio salario. Salario vi dice qualcosa questa parola?»
L’oratore si interrompe, uno sguardo fermo gettato a scrutare i volti semi nascosi nelle file della platea.
L’attenzione, se non il consenso, già è stato guadagnato.
di Chiara Sardelli

Rispondi