
Per me Giulia era tutto. Era il cielo stellato delle notti d’agosto visto dai boschi, era la brezza di settembre che annuncia la fine dell’estate, era il tramonto rosso acceso d’ottobre, era… Potrei continuare per tutti mesi dell’anno e le quattro stagioni, e trovare qualcosa di bello, puro e immortale da paragonare alla ragazza che amavo. Non osavo parlarle. Lei era su un piedistallo irraggiungibile, alto come il monte Everest e anche di più, mentre io stavo in basso, impantanato nella palude della mia timidezza e del mio senso di inferiorità. Giulia era… semplicemente Giulia.
Facevamo la strada insieme per andare a scuola: la trovavo alla mia stessa fermata, in periferia, e prendevamo lo stesso autobus al ritorno, scendendo nel medesimo punto e salutandoci con un semplice «Ciao, a domani».
Lei era la cugina della proprietaria della pasticceria ***, dove ero solito fare merenda con bomboloni ripieni di Nutella e, quand’era stagione, di frittelle di riso, schiacciata con l’uva, castagnaccio e altre prelibatezze. Giulia abitava al piano di sopra; era facile prevedere che avrebbe trovato lavoro nell’azienda di famiglia, mentre io chissà cosa avrei combinato col mio diploma di ragioniere, chissà…
Descrivere Giulia? Non sono così bravo. Era una bellezza acqua e sapone, certo, con lunghi capelli neri come inchiostro che le scendevano sulle spalle e che talvolta raccoglieva in una coda di cavallo. Aveva un sorriso bellissimo, nonostante l’apparecchio per i denti. Gli occhi erano verdi, screziati come quelli dei gatti. Detto questo ho detto tutto e non ho detto nulla: bisognerebbe guardarla con gli occhi di me diciassettenne per capire come mai fossi malato d’amore per lei. Sì, non uso a caso il termine “malato”, perché in effetti quella “malattia” mi provocava molta sofferenza psicologica. Avrei voluto parlarle, diventare suo amico e magari qualcosa di più.
Non so nemmeno io cosa avrei voluto di preciso, certo non quello che mi avrebbe dato lei in quel pomeriggio novembrino che non dimenticherò mai più.
Con le ragazze sono sempre stato timido in modo patologico: non parlavo con nessuna delle mie compagne, ma d’altra parte l’unica che mi interessava era Giulia, di cui potevo vedere la nuca dal mio banco. Quante volte avrei voluto baciarla, quella nuca! Baciare i suoi capelli lisci, e…
Ma lasciamo perdere queste fantasie adolescenziali, così caste che adesso mi fanno ridere. Veniamo alla storia di quel pomeriggio. Durante il viaggio in bus mi aveva guardato in modo diverso dal solito, mi aveva posato una mano sulla spalla e mi aveva detto semplicemente: «Ti va di studiare insieme matematica oggi pomeriggio a casa mia? Domani abbiamo la verifica, ti ricordi?»
Certo che mi ricordavo! Lo studio non era mai stato un problema per me, con i numeri me la cavavo meglio che con le parole, anche se confesso di aver scritto qualche verso ingenuo alle medie. «Vuoi una mano a ripassare i binomi?» le domandai d’istinto, con voce un po’ tremante.
«Certo, i binomi, non ci ho mai capito nulla. Mi faresti una grande favore».
Fissammo per le quattro. Pioveva quel giorno: una pioggerella leggera e un po’ uggiosa, ma non faceva affatto freddo. Il cambiamento climatico era già in atto allora: le estati sembravano non finire mai e il condizionatore lavorava fino ad ottobre inoltrato. Io abitavo a pochi passi dalla pasticceria. Quando entrai le mie narici si inebriarono subito del profumo delle paste ancora calde. La commessa mi conosceva bene; mi disse di salire al piano di sopra e mi fece l’occhiolino, cosa che compresi solo in seguito.
Giulia mi aspettava sull’ingresso. Mi prese per mano e mi condusse nell’appartamento, che odorava di pulito. In casa non c’era nessun altro a parte noi. Lei era bellissima, con i suoi jeans strappati e il maglione a righe bianche e rosse. Ci sistemammo in camera sua, alla sua scrivania. Non saprei descrivere la sua stanza; il mio sguardo e la mia attenzione erano tutti per lei. C’era qualcosa di misterioso nei suoi occhi, qualcosa che ancora non conoscevo ma a cui più tardi avrei dato un nome preciso.
Ancora non avevamo aperto i libri di testo quando lei si alzò e si allontanò con un «Torno subito» a cui, lì per lì, non diedi importanza. Rientrò nella stanza qualche minuto dopo. Era completamente nuda.
«Sorpresa!» mi disse soltanto, sorridendo, mentre io spalancavo gli occhi.
«Caz… Caspita, co… aspetta! Aspetta un attimo, io non…» balbettai mentre lei respinse un ciuffo di capelli in quel modo particolare che mi faceva sospirare ogni volta.
«Il binomio è la somma di due…» provai a dire senza paura per fermare una irruente Giulia, la mia Giulia, il mio cielo stellato!
«Guardami! Lascia perdere l’algebra!» Si avvicinò sicura di sé, mi guardò senza un’ombra di dubbio. Quei suoi occhi verdi screziati si fissarono nei miei tanto che non riuscii a muovermi. Mi sentii un baccalà, un pezzo di stoccafisso cosparso di sale e seccato al sole.
Dal piano di sotto il profumo della pasticceria mi assalì come il desiderio di toccarla, ma non mi mossi. Fu lei a prendere l’iniziativa, si avvicinò ancora, tra noi solo un passo, alzò la mano e mi sfiorò i capelli e, a tradimento, mi stampò un bacio sulle labbra.
Non ero quel tipo di ragazzo che si lascia trasportare dall’istinto, non ero capace di saltarle addosso, cercare di cadere su un divano o qualsiasi cosa morbida e calda e baciarla come fosse l’unica donna al mondo, non ero capace di approfittare della sua impulsività.
Sorpresa? Terribile sorpresa, non sapevo cosa fare, dovevo tener a bada il mio impulso, non era la timidezza a preoccuparmi ma ciò che avrei potuto farle se non fossi stato dotato di un fortissimo autocontrollo.
«Cos’hai? Non ti piaccio?» Mi chiese sorpresa della mia immobilità.
«Sì, sì! Io…» balbettai, «e, allora dai, lasciati andare, mi piaci anche tu, non l’hai capito? Non sei come gli altri, tu sei bravo, ti meriti un premio!» Disse invitante.
Un rumore di cristalli infranti mi travolse mentre lei, lentamente, sbottonava la mia camicia. Una nube enorme coprì il cielo stellato della mia notte d’agosto, non vidi più le stelle ma solo i rami neri del bosco; un vento forte si alzò vorticoso tra gli ombrelloni in una spiaggia desolata, strappando tutto e l’inverno si affacciò prepotente alla mia mente: Giulia, la mia Giulia, con quel gesto, spezzò il mio sogno, sparì nel vortice nero della spudoratezza. Rividi l’occhiolino della commessa: lei sapeva cosa mi aspettava di sopra!
Fu il profumo dei bomboloni caldi a decidere per me! Per un attimo pensai di rivestirmi alla svelta e scendere in pasticceria, acquistarne uno alla Nutella e sparire per sempre, ma non andò così.
Sono sempre stato un bravo ragazzo, con un forte autocontrollo, ma quella volta…

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