
Nuotava in quel mare che non aveva anfratti, in quel cielo che era soltanto suo, accompagnato da quel suono ritmato tutum…tutum…tutum e tutt’intorno terra, ma una terra strana, una dea animata piena di calore e vita, che lo riscaldava e lo nutriva e lo amava –lui lo percepiva bene- e gli dava forza.
Per molto tempo quel mare era stato un oceano, un infinito d’acqua sciabordante e tiepido, dove lui s’immergeva sempre più giù e nuotava senza sosta e confini da un’estremità all’altra; quando era stanco s’adagiava sul fondo e s’addormentava al suono di quella ninna nanna tutum…tutum…tutum. L’acqua gli faceva da coltre e da culla e lui sognava stormi di pesci suoi simili e ci giocava gioiosamente e li abbracciava per poi scoprire, una volta sveglio, d’essere di nuovo solo con se stesso.
A poco a poco, però, il suo oceano divenne un mare, ove i movimenti non erano più ampi e sovrani come prima e le lunghe traversate transoceaniche New York/ Lisbona diventarono viaggi sempre più brevi: Barcellona/Giaffa e poi nuotate: Odessa/Sebastopoli e poche bracciate: Mariupol/Ejsk. Alla fine riusciva solo a guizzare toccando in pochissimo tempo le sponde opposte oppure roteava su se stesso rincorrendo le proprie estremità e, mentre tutto ciò accadeva, gli montava addosso una voglia matta di uscire da quella costrizione, di abbandonare quella terra strana, quella dea animata piena di calore e vita, che lo riscaldava e lo nutriva e lo amava –lui lo percepiva bene- e gli dava forza, ma che ora non gli bastava più.
Ispezionò attento il fondale marino e s’accorse di un pertugio mai scorto prima; “Prima non c’era, ne sono sicuro, l’avrei notato! Ma come si è formato e dove finirà? Forse così potrò abbandonare questo piccolo lago e questa terra, che pur m’è cara e mi dà calore!” E, come se lo avesse udito, la grande dea si mosse dandogli una spinta che lo fece avanzare in quella grotta a forma di tunnel. E ancora e ancora… e più lui avanzava e più lei assecondava la sua voglia di uscire da lì e la sua rabbia per tanta fatica… il suono ritmato, che da sempre lo accompagnava, si fece più intenso nella cadenza e insieme più flebile all’udito tututum…tututum…tututum…
Poi…SORPRESA!!! un INFINITO diverso fatto non di acqua, ma d’un elemento nuovo impalpabile fresco e pungente sulla pelle e quel freddo –sensazione sconosciuta finora- e lo sforzo e la rabbia da lui accumulati in tutto il viaggio diventarono vagito e respiro e ancora respiro e vagito e l’aria con la vita invase i polmoni e il corpo, tutto.
“Brava mamma –fa una voce- è un bel maschietto di tre chili e novecentoventi! Come lo chiamerai?” “Cesare…lui è Cesare!” rispose la dea, mentre, pelle su pelle, lui cominciò a succhiare un lembo di cute materna, col capino adagiato tra le due calde mammelle e il piccolo corpo spossato, disteso a contatto diretto su quella strana terra (l’aveva riconosciuta all’istante!), una dea animata piena di calore e vita, che lo riscaldava e lo nutriva e lo amava –lui lo percepiva bene- e gli dava forza.
di Miriam Ticci

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