
Il rudere del teatro era ancora lì. A volte un sassolino, smosso dai corvi che lo popolavano, cadeva rimbalzando sul marciapiede, per questo il comune aveva messo delle transenne, bardate con strisce bianche e rosse, che nei giorni di bufera svolazzavano sbiadite, avviluppandosi a ombrelli, gambe, sporte, come artigli, come a voler risvegliare la memoria dei passanti su un passato di glorie ormai remote.
Sull’architrave del portone resisteva il bassorilievo “Gran Teatro Regio”, un poco sgretolato, ma di grande era rimasta solo la mole, di regio, nulla.
Le tavole inchiodate a ingresso e finestre erano marcite, alcune cadute, così come gli infissi, per non parlare dei vetri che non esistevano più.
Da lontano, con il tetto a cupola a tratti infossato, ricordava la testa di un pugile suonato, e le finestre rotte, dei denti cariati.
I superstiziosi l’avevano battezzato “Maledetto”, i bacchettoni “Dimora del Maligno”, le madri affermavano che chi entrava veniva “divorato” e comunque non ne usciva più.
Una storiella coniata per impaurire i figli, però, di fatto, chi si era avventurato all’interno era sparito nel nulla.
Quel giorno, nei pressi, accadde un fattaccio.
– Ah! Aiuto, aiutatemi! – La ragazza tentò di resistere allo scippo, ottenendo solo di finire per terra, trascinata dallo strattone.
I ladruncoli continuarono la fuga sul motorino, cercando rifugio nel traffico caotico di mezzogiorno che tuttavia li respinse come un muro, le rare brecce si chiudevano in un istante. Dietro di loro, il fidanzato inferocito della derubata li rincorreva.
– Fermatevi! Al ladro! –
– Brutti deficienti! – gridò l’automobilista tamponato.
– Maledetti assassini! – urlò la signora cui avevano investito il cane, il viso rigato dal pianto.
Una madre ritirò il passeggino prima che il ciclomotore ne sfiorasse le ruote. – Delinquenti! Che Dio vi fulmini! –
I ragazzi, disperati, salirono sul marciapiede, rovesciarono le cassette di frutta e calpestarono le borse contraffatte dei senegalesi, poi scivolarono e finirono a terra.
Malconci, sanguinanti continuarono a scappare, veloci come ratti s’incunearono tra i vicoli cercando di far perdere le tracce.
– Sbaglio o hanno svoltato a destra? – chiese il fidanzato.
– A me sembra che abbiano tirato dritto – rispose il senegalese, facendo un passo indietro.
– Di là c’è solo il teatro abbandonato – aggiunse il commesso dell’orto-frutta, portando la mano al crocefisso della catenina.
– Se sono andati lì, non li rivedremo più – sentenziò il poliziotto appena arrivato.
I ladruncoli, intanto, girovagavano tra le rovine.
– Questo posto è un colabrodo, li semineremo da un’uscita posteriore – rise spavaldo Tony, il più anziano, facendosi strada con il cellulare.
L’altro lo seguì, la testa incassata tra le spalle, gli occhi grandi come fari che fotografavano lo sfacelo attorno: ragnatele spesse e grosse come lenzuoli, gli scheletri delle poltrone della platea.
Qua non ci mette piede nessuno da una vita. Pensò.
Il palco, senza lo sfondo bianco, gli sembrò una bocca spalancata pronta a ingoiarlo. Cominciò a tremare e finire in galera non gli sembrò tanto male.
– Tony, dove sei? – Distratto dalle fantasie, aveva perso di vista il compare.
– Dai, non fare lo scemo…- Ridacchiò per farsi coraggio prima che anche il suo cellulare si spegnesse.
Un colpo gli fece cadere di mano la borsetta rubata. – Chi è stato? – Ora voleva solo uscire.
– Tony, aiutami! – Inciampò, cadde, si rialzò, iniziò a girare su di sé, gli parve di soffocare.
– Aiuto! – Poi le ombre si chiusero su di lui e tornò il silenzio.
All’esterno si udì uno schiocco secco.
– Ehi! Chi è là? – chiese il fidanzato dall’ingresso del teatro.
Il poliziotto sbucò dall’angolo con qualcosa in mano, – La borsa era questa? –
L’altro la prese. – Sì, è lei. Sembra ci sia tutto: telefono, soldi è solo sporca. – Con la mano tolse le ragnatele che la ricoprivano.
-Se ne sono liberati prima di dileguarsi, chissà dove saranno ora. – L’agente fece spallucce imitato dal ragazzo. – Vuole sporgere denuncia? –
– No, non servirebbe a niente, non li riconoscerei neppure. –
Si voltarono un’ultima volta verso il rudere, poi, insieme, si allontanarono.
Laura Gronchi

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