
Un ultimo scricchiolio e il soffitto va a posto. Gli uomini restano ancora qualche attimo fermi, con le mani sulle leve, la testa alzata, in silenzio. Poi cominciano a ridere, dapprima timidamente poi sempre più forte, dandosi pacche sulle spalle robuste. Cesare Canovetti, capo macchinista del Teatro della Pergola, li guarda uno ad uno, riconoscente. «Oggi è un gran giorno» comincia a dire, ma viene interrotto da uno scalpiccio sempre più vicino: è il Gelli, un altro macchinista del Teatro.
«Sta scendendo di sotto!» Urla trafelato «Di sopra hanno fatto gli occhi grandi come piattini quando il pavimento è andato al livello del palco, capo Canovetti!» Un grande sorriso gli attraversa la faccia. Un nuovo rumore di passi lo interrompe e il Professor Baccani, architetto e docente dell’Accademia di Belle Arti, irrompe nella stanza. «Ben fatto Cesare! Con questo marchingegno abbiamo portato a compimento i lavori di rinnovamento del Teatro. Non avevo dubbi che grazie a te» si gira con un movimento circolare e abbraccia tutti presenti nella stanza «anzi a voi, ce l’avremmo fatta. Il Granduca Leopoldo ne sarà contento, nonostante il prezzo lievitato dei lavori.» L’architetto Baccani si accarezza con soddisfazione la barba, poi risale al piano di sopra. Anche Cesare e i suoi ragazzi tornano alla stanza dei macchinisti. «Oggi è stata una grande giornata, come dicevo prima. Dobbiamo essere orgogliosi del nostro lavoro. Ragazzi per oggi abbiamo finito, potete tornare a casa!» Con grandi sorrisi la squadra raccoglie i cappelli dai ganci con il proprio nome e tra chiacchere e risate esce dalla stanza. Cesare, rimasto per ultimo si tira alle spalle la porta della stanza e si dirige verso la platea. Una volta arrivato lì, si ferma a contemplare il suo lavoro: il pavimento è perfettamente allineato al palco, a formare un immenso salone che servirà per i balli del Granduca. Il pensiero corre al padre Cosimo che gli ha insegnato quasi tutte le cose che sa e che era stato, prima di lui, il capo macchinista del teatro. «Ma che ore sono?» Cesare tira fuori l’orologio dal taschino della camicia e spalanca gli occhi. Deve affrettarsi perché a breve arriveranno gli studenti del Conservatorio di Arti e Mestieri. La mano corre alla cintura. Oggi parlerà loro della storia del martello fiorentino, il migliore amico dei macchinisti per definizione.
«Salve ragazzi, il sono Cesare Canovetti, il capo macchinista ed oggi vi do il benvenuto al Teatro della Pergola, dove rimarrete per qualche settimana. Cominciamo subito?» I ragazzi, come bravi soldatini, seguono il capo macchinista, che nel frattempo con passo svelto e sicuro e già entrato. «Allora due parole veloci su questo palazzo: è stato inaugurato nel 1657. Furono gli intellettuali dell’Accademia degli Immobili ad individuare quest’area, dove originariamente sorgeva un tiratoio dell’Arte della Lana. Questo teatro ha sostituito quello del Cocomero e oltretutto il suo nome “pergola” deriva proprio dal fatto che c’era un pergolato. Se ci fate caso, sparsi un po’ per tutto il teatro troverete, affrescati o scolpiti, dei mulini a vento. Ecco, questo era proprio il simbolo della Accademia degli Immobili e anche il loro motto “In sua movenza è fermo” rimanda al mulino.» La mano del macchinista con sicurezza estrae dalla cintura degli attrezzi un martello e con un gesto agile lo fa roteare in aria e poi lo riprende. «Questo, ragazzi miei, è il famosissimo martello fiorentino, il migliore alleato di un macchinista. Badate bene, non è un martello come tanti altri, al contrario è molto speciale e ognuno di noi macchinisti ne possiede uno. Ogni martello è un pezzo unico. Alle vostre spalle c’è la forgia con cui si realizza questo splendido attrezzo.» I giovani si girano e si raccolgono a semicerchio davanti alla bocca del forno dove viene fuso il metallo. « La testa del martello è divisa in tre sezioni ognuna delle quali ha una tempra differente. Le penne devono essere molto dure per poter estrarre velocemente i chiodi, la parte centrale, quella dell’occhio, deve essere in sintonia con lo spessore del manico e infine la parte del quadrello deve essere molto resistente per poter battere sui chiodi, che sono lunghi pezzi di ferro con una testa, piatta ma elastica, per evitare che si usuri nel tempo. Il manico del martello invece è composto solitamente da legno proveniente da alberi da frutto come l’arancio amaro e il fondo del manico è tagliato a 45 gradi per fare da leva in caso di necessità. Questo è un oggetto talmente prezioso che spesso i macchinisti se lo portano nella tomba o se lo passano di padre in figlio oppure da maestro ad apprendista…»
Le parole di Cesare si perdono nel corridoio, verso il quale è già ripartito. «Avanti su,non state fermi!» I ragazzi lo seguono rapiti, immaginando il giorno in cui anche loro sfoggeranno con orgoglio il loro personale martello e contribuiranno a tenere viva l’immagine del grande Teatro della Pergola. Cesare li osserva senza parere, con un mezzo sorriso che via via si allarga quando arriva sul palco e osserva il suo mondo, insieme fermo e mobile, sempre uguale e sempre diverso, come un mulino.
Donatella Bellucci

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