
Pirano, 22 marzo 1910
Il cielo è plumbeo, coperto da coltri di nubi ammassate che oscurano la luce della giornata. L’uomo che varca l’ingresso al teatro, di statura modesta e fisico ben tornito, è avvolto nel tipico paletot di lana leggera, uno dei più recenti ritrovati della moda. In testa calza il cappello in feltro a mezzo cilindro. Non fa a tempo a proferire parola, ché gli inservienti si precipitano a esaudirne i desideri, ritirando dalle sue mani soprabito, cappello e guanti. Dietro di loro si affaccia la figura dell’impresario, veloce a scendere i pochi gradini che lo separano dalla sala d’ingresso.
«Vossignoria ci fa l’onore di questa sua visita. Ho saputo che è arrivato ieri nella notte. Spero che si trovi bene nell’Albergo e che abbiate visitato l’ottima enoteca.» Si tace, come interrotto da un attimo di interdizione, per poi aggiungere: «Ma di certo Italia Vitaliani vi avrà fornito tutte le informazioni del caso. La compagnia vi alloggia da quasi un mese. Immagino che vorrete visitare le scene già predisposte.» L’uomo, visibilmente in eccitazione, non prende fiato.
Un sorriso ironico e comprensivo increspa le labbra di Umberto Bozzini al constatare il saluto cerimonioso dell’altro:
«Non scomodatevi così, mi fa piacere se parliamo senza troppe formalità, magari davanti a una tazza di tè. Il resto può aspettare. Mi fido di Italia.» Getta uno sguardo intorno, ammirato: «E già che ci sono non posso che farvi i miei complimenti. Pirano è una località climatica che gode di una buona fama turistica, ma questa iniziativa del teatro, intestato al vostro cittadino più illustre, non può che attirare forti consensi.»
Passati i convenevoli, i due si sono accomodati in una saletta da fumo. Come l’impresario ha spiegato, il personale prende servizio solo nel pomeriggio e la conversazione scorre fluente tra un sorso e l’altro di ottimo Cognac. Le note de Il Trillo del diavolo che si diffondono, sebbene a volume ovattato, contribuiscono a sigillare l’atmosfera, si è fatta calda e accogliente.
Umberto Bozzini ascolta senza irrigidirsi. La conversazione va scivolando verso il rumor che ha suscitato l’accusa di plagio diretta contro il Vate.
«La mia Fedra, come saprete, ha avuto un’accoglienza entusiasta alla prima rappresentazione che si è tenuta a Roma, alcuni mesi fa. La critica anche è stata molto positiva. Per me, ora, è questo che conta.»
«Certo, avete ragione. Si può dire che l’opera è un caso letterario. Ho ordinato l’edizione recente di Domenico Oliva sul teatro in Italia nel 1909, mi dovrebbe arrivare in questi giorni.»
Il commediografo avrebbe voluto sottrarsi, ma l’insistenza dell’altro aveva finito per trasportarlo sul proscenio.
Rimasto solo, per un breve intervallo, confuso tra le pieghe umbratili dell’ambientazione, un nodo alla gola lo prese. Sentì vibrare le corde dell’emozione mentre il pensiero andava al testo e la lingua favellava:
Chiara acqua lustrale
purifichi l’altra e voi deterga
alunni della Dea,
come rugiada che dai fiori sgombra
le grigie nebbie della notte…
Chiara Sardelli

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