È stata una bella serata. Un’uscita con le amiche a teatro, addirittura con la “benedizione” di lui. “Vai vai! –ti aveva detto- Un’uscita tra sole donne ti distrarrà, un pièce de théâtre en soirée ti farà bene”.
Ora che tu, sulla via del ritorno, attenta a non far rumore, ti sei chiusa l’uscio di casa alle spalle e, guidata dal sonoro ronfare di lui, a passi felpati sei giunta nella camera da letto, lui continua a dormire e russare: al chiaro di luna in silenzio attraversi la stanza, ti togli in silenzio il vestito, scivoli nel letto in silenzio, mentre lui sonoramente estrapola note sgraziate dal suo mantice, supino.
“Sì, è stata una bella serata.” ripeti mentalmente, mentre rannicchiata cerchi di trasmettere il calore del tuo corpo all’addiaccio delle lenzuola “Sì, una serata piena di calore ed emozioni, di bellezza e ricordi!”
Lo spettacolo era stato ben condotto, vario con l’alternarsi piacevole di poesia musica scene di teatro e ti aveva riportato ai tempi del liceo con quei testi classici che tanto ami.
All’uscita, però, qualcuno vicino a te aveva detto “Mi convince poco Catullo… la sua distinzione tra amare e bene velle l’ho sempre considerata infantile scolastica priva di un senso reale.” Solo allora tu avevi ricordato il turbamento repente che t’aveva colto poco prima quando l’attore – la voce di Catullo – aveva espresso i primi sospetti del tradimento e nuovamente quando la stessa voce dichiarava di amare ancora l’infedele Lesbia, anzi di più, ma di volerle meno bene; era uno sgomento che ti colpiva nel profondo, come se i ricordi felici di un tempo si fossero trasformati in silenziosi ragni intenti a tessere intorno al tuo cuore una cappa, leggera ma tenace, di tristezza, fatta di cose nella mente ancor vive, ma ormai perdute irrimediabilmente… “Tutto ciò va rimosso, all’istante. Amare e bene velle sono la medesima cosa, al diavolo i sofismi! È stata una bella serata: questo è ciò che conta!” avevi tagliato di netto.
Ora nel letto che tarda a riscaldarsi rimugini rifletti su quell’episodio e su altro ancora.
Certo, c’erano stati anche per te e per lui giorni radiosi, anche per voi due rifulsero un tempo soli spendenti, in cui volontà e sentimento dell’uno e dell’altra erano un’unica identica cosa…
Poi… l’inattesa scoperta dell’amante… un figlio nato fuori dal matrimonio…ancora un’amante… e chissà quante altre… la delusione… l’amarezza… lui che ti si riaccosta per tentare di rattoppare il vincolo coniugale… la stessa passione di sempre anzi di più… il vostro secondo figlio… la rabbiosa tristezza che ti assale ogni volta, dopo, quando ti guardi allo specchio e ricordi con quanta voluttà, pochi attimi prima, ti sei data a quei baci lascivi, al tocco esperto di quelle mani immonde capaci di generare in te il piacere e farlo scorrere per tutto il corpo. “Puttana, non sai dirgli di no!” ora così ti senti ogni volta che finisce un amplesso e ripensi triste disperata a quando, prima, alla fine, subito ti riaccostavi a lui per accarezzarlo, pulita e soddisfatta dentro perché dentro soddisfatto e pulito ti appariva lui. Metti a confronto la tua acuta tristezza col russare tranquillo indifferente di lui… ti guardi allo specchio nella penombra illuminata dalla luna, amaramente ti sorridi e con accorato stupore ammetti:
“È vero, ti amo ancora ma non ti voglio più bene!”
Caio Valerio Catullo (Verona 87 o 84 a. C.- Roma 54 a. C.)
Elegiae: Carmen 72

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.
Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
sed pater ut gnatos diligit et generos.
Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,
multo mi tamen es vilior et levior.
« Qui potis est?», inquis. Quod amantem iniuria talis
cogit amare magis sed bene velle minus.
Schema metrico: quattro coppie di distici elegiaci
Traduzione:
Una volta dicevi di fare l’amore solo con Catullo,
Lesbia, e che al posto mio non avresti voluto abbracciare neanche Giove.
Ti amai, in quel tempo, non tanto come volgarmente s’ama l’amica,
ma come il padre ama i figli e i generi.
Adesso so chi sei: perciò, anche se brucio d’una passione più ardente,
sei per me molto più vile e spregevole d’un tempo.
“Com’è possibile?”, dici. Perché un’offesa del genere
induce l’amante ad amare di più, ma a voler bene di meno.

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