WEN – TRISTEZZA – La cicatrice sul volto – Claudio Maestrini

– Pronto chi parla? –

La voce mi esce grave, il tono è risentito.

Infatti, la mia interlocutrice esordisce con: – Scusa Claudio, ti disturbo? –

– No, non disturbi affatto. Come va? –

– Io bene… il fatto è… che è successa una cosa brutta.

Ti ricordi Caterina? Caterina A.? Stamani la figlia, rientrando, l’ha trovata in casa… morta. –

– Come? – riesco a dire a malapena. –

Poi spiccico un: – Perché? – la sintesi di: – dici sul serio, non ci credo, l’ho vista di recente, possibile che nessuno si sia accorto che stava male, di cosa è morta? –

– Pensano a un infarto; aveva dato disposizione per essere cremata, senza funerale!

Caterina… fra noi conoscenza più che amicizia. Un legame dovuto all’intrecciarsi delle nostre esistenze, complice il lavoro, per un lungo arco temporale. Ma mai profondo, nutrito di affetto scherzoso, lievemente superficiale. Allora perché provo tanto dolore? Si può sentire strazio non solo per la perdita degli affetti più cari, ma anche per una persona come lei, una testimone discosta nella mia vita, un viso conosciuto, ma mescolato a un coro di tanti altri volti?

Deciso a renderle un ultimo omaggio, mi dirigo in auto verso il luogo dove è esposta.

Non si danno titoli ai ricordi, ma mentre viaggio è proprio una didascalia da film che mi viene in mente: – La cicatrice sul volto. –

Una sera di fine giugno, l’anno il 1971.

La campagna intorno a Montalbano, solo fragranza nel buio assoluto, è una trama nera popolata di lucciole, sparse impunture di chiaro create dal caso.

La festa nella fattoria di Alessandro è stata come me l’aspettavo.

Musica dal vivo, cibo vegetariano, fumo libero, tanta gente per lo più a me sconosciuta.

Stordito, come la maggioranza dei presenti, scendo a piedi il vialetto ripido che lega la villa padronale al parcheggio. Sono deciso a tornare a casa.

Mentre guido verso casa, masticando Bob Marley, avverto, insieme all’adrenalina di quella baldoria multietnica, un filo di disagio. Le gomme lisce fischiano sui tornanti.

– Devo attingere al fondo cassa e cambiarle – penso – certo anche i freni… averli evocati, mi obbliga a usarli? –

Si, è proprio quello che faccio! Pesto sui freni per evitare di travolgere un fantasma comparso all’improvviso sulla strada.

Mi fanno male i polsi per quanto ho stretto il volante. Lì, fra il ringhio dei freni e il fumo dei copertoni, mi sono accartocciato per non assistere all’impatto. Da lì, stralunato, alzo lentamente la testa per vedere l’irreparabile.

Caterina, la faccia stravolta segnata di sangue, batte, forsennata, le mani sul parabrezza.

– Mi devi aiutare per Dio, è successo un casino! –

Accostata l’auto al ciglio della strada, i fari puntati su una Diane, capovolta in mezzo a un campo, ascolto il suo racconto concitato, dopo averle acceso una sigaretta:

– Siamo stati su alla festa a Montalbano, con Attilio. … l’auto è sua!

– E dov’è andato? Si è fatto male? –

– No, no. Gli dicevo di andare piano con quel cassettone, ma lui, niente, accelerava; insomma, ci siamo ribaltati. Se la vuoi sapere tutta… eravamo fatti di coca.  Lo vedi che taglio? Sono sicura… mi rimarrà una cicatrice! Prima di sparire, Attilio ha chiamato l’ambulanza, fra poco sarà qui. –

– Ma come, è scappato? – faccio io.

– Ascoltami… non ti posso spiegare ora, non c’è tempo. Prendi questo pacchetto e vattene.  Ah!… non dire niente a nessuno. L’incidente l’ho fatto io, lui non c’entra! Va bene?  Attilio non si è fermato perché ha dei precedenti…per spaccio. Ti prego, prendi la sua “roba” e vai! Me la restituisci quando ci vediamo al lavoro. –

Mentre mi allontano, la rabbia crescente si mescola alla sensazione che, per lei, quella sul viso non resterà l’unica cicatrice.

Nella sala del commiato il silenzio è assoluto.

Lo spazio circolare di un chiaro accecante, presenta quattro porte laccate di bianco disposte a intervalli regolari. Quale aprire?

In soccorso, piccoli leggii, ai lati degli accessi, riportano i nomi dei defunti. Quello di Caterina è subito alla mia sinistra.

Varcata la soglia, mi trovo in una minuscola sala esagonale spoglia di tutto, fatta eccezione per il feretro di legno chiaro, posizionato al centro su una specie di trespolo.

Mi giro intorno, forse per cercare conforto in un’altra presenza. Nessuno; esito, infine… la guardo.

La sovrana stanchezza della morte nel volto affilato; la cicatrice mitigata da un trucco pietoso. Dal cuore non sale niente, poi… impercettibile, monta il disagio.

Mi allontano, con l’immagine sconcertante di lei, senza vita, ancorata ad un pensiero:

– Quanta strada hai fatto Caterina, per smarrire la direzione lieta del tuo cammino e mostrarti al visitatore in un mattino definitivo. A casa, sola…la sigaretta amica spenta nel pugno, i denti serrati contro un morbido cuscino. –

Fuori dalla sala del commiato, addossato a una parete, respiro aria spessa. Mi decido, salgo in auto… accendo la radio e piango.

di Claudio Maestrini

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