WEN – TRISTEZZA – Voci nella casa – Claudio Maestrini

Sola nella camera, la vecchia signora si pettina i lunghi capelli crespi; resta lì, nel suo sconforto, a sentir passare il tempo. Lo specchio liberty, ornato di legno intagliato, riflette il suo volto stanco e svela sullo sfondo il letto di ferro, scuro e disfatto.

Guido nella strada silenziosa che vola via, in direzione di Massa Marittima.

Mi sono assunto un compito ingrato. Andare a prendere nonna Velia e portarla a casa nostra, a Pontassieve. L’ultima caduta nell’orto, ha vinto la sua strenua resistenza. C’è un limite, anche per un carattere fiero come il suo.

Ho chiesto io di tornare in Maremma per lei. Esaurita la leva militare, il futuro incombe misterioso; lo avverto come un’animale selvatico sente il temporale in arrivo. Un viaggio, anche breve, servirà per riconciliarmi e ricordare.

Le lunghe dita affusolate annodano i capelli in una morbida treccia. Sapienti, la avvolgono in una crocchia, poi fissata alla nuca.

Quando scende le scale, per scaldarsi il caffè in cucina, Velia indossa un vestito nero che le copre le ginocchia.

Fa caldo, il rubinetto gocciola, ormai da tempo immemorabile.

Lei sorseggia la bevanda, guarda gli oggetti rimasti sulle mensole e gli oggetti guardano lei; sembrano parlare!

Per tacitarla, afferra la tazzina orlata di caffè, la lava, furiosa, poi, la ripone rovesciata al suo posto, sul ripiano sospeso.

Dopo Colle, si alza una bruma di caldo; abbasso il finestrino. Con il fremito d’aria, si fa strada, nell’abitacolo, l’immagine della prima estate dai nonni, tanto tempo fa.

– Sgattaiolo dal portone nella cappa di caldo, e muovo, deciso a esplorare l’enorme orto,  oltre il pozzo, fino alle sue estremità nascoste.  Per arrivare lì, devo costeggiare il muro a secco di travertino. La barriera mi sovrasta, chiude il mio sguardo bambino.

Sfioro con le dita le spugne di calcare giallognolo, nell’attimo in cui la testa, aguzza come una freccia, saetta da una fessura. È un ramarro luccicante!

Percorso da brividi, rovino per terra; per metri mi spingo indietro sulle mani, incurante dei ciottoli, per allontanarmi più che posso dal rettile.

Quando mi rialzo, con stupore la mia testa sporge di un palmo dal muro.

Gli occhi spaziano sopra un collasso circoscritto di pietre. Finalmente vedo oltre. La piana sotto la collina di Massa, una pista di girasoli impazziti di luce, rotola giù per chilometri, fino in fondo, a confondere il giallo riarso nel cobalto del mare! –

Ancora turbata dal brusio delle tazze, la vecchia signora preme l’interruttore della cantina. La piattina usurata conduce a una luce fioca, sospesa sulle pesanti botti di rovere, ormai avvolte in trine di ragni.

Velia scende prudente gli stretti scalini. Chiude gli occhi; nel silenzio è la sua voce, remota, a parlare:

– In questo vino ci metti troppo bisolfito Giovanni! – Le parole, rivolte al suo amato “Nanni” rimbombano nel seminterrato, come pure la voce, in risposta; – Amore, senza prende lo spunto e inacidisce… lo sai!-

La donna sussulta al dialogo, si gira di scatto e crede di vederlo armeggiare fra i fiaschi, nell’angolo saturo di ragnatele.

Lo sbaluginare incerto della lampada la scuote; le fa aprire gli occhi sul presente, muto e solitario.

Decido una sosta alla bottega, proprio all’inizio dei tornanti che conducono a Prata.

Era la fermata rituale della famiglia negli anni Sessanta; stabilita per addolcire l’interminabile viaggio verso la casa di nonna.

Ormai è chiaro, la casa le parla! La memoria è un tumulto di suoni, immagini e voci.

Immobile, sente duri passi esplodere sullo stradello sconnesso che conduce al cancello d’ingresso. Il podestà Mengozzi, in camicia nera, è venuto di persona, con due carabinieri, a notificarle l’arresto:

– Prima del processo, venti giorni a Piombino, nella prigione del Fascio, per aver favorito la fuga del partigiano Chierici; azionista della brigata Garibaldi e cognato della vedova di guerra in questione, Velia Martini! –

Rammenta, mentre la trascinano via, la faccia impietrita del suo babbo Arolfo, fra le losanghe arrugginite del cancello di casa.

I prossimità di Massa Marittima, una punta di ansia si fa largo fra i ricordi e i pensieri confusi di questa corsa in auto.

Come troverò la nonna? È sempre stata una donna forte. Ma lasciare la casa dove ha vissuto da sempre, è veramente un boccone difficile da digerire alla veneranda  età di ottantasei anni .

Accaldata, desidera bere;

Toglie il coperchio alla bocca del pozzo; in un gesto abituale fa scorrere verso il fondo la carrucola ancorata al secchio d’alluminio.

L’acqua, mossa in ampie volute, le restituisce i lineamenti di Renata, la più grande dei tre figli. Nel viso, qualcosa di arreso e disperato.

Smarrita, Velia sente rimbombare la sua voce fiaccata dalla malattia, in un raro sprazzo di lucidità: – Mamma ti prego, alle bimbe ci devi pensare te!  Promettimelo… io sto per morire! –

Esito, di fronte al vecchio cancello di ferro.

Come da piccolo, provo ad aprirlo, insinuando l’indice dall’esterno per far scattare la molla di chiusura.

Non ce la faccio. Le dita sono ingrossate. Sono costretto a tirare la catena della campanella per garantirmi l’ingresso.

È in quel momento che la scorgo, fra le calle vermiglie. Seduta sulla panca di pietra, sembra lontana, assorta in pensieri profondi.

– Nonna, sono Claudio, mi puoi aprire!?

Si scuote e mi sorride: – Ah, sei te bimbo, sei arrivato !?!

Mentre mi avvicino incerto; la osservo. Sono passati tre anni dall’ultimo incontro. Ci abbracciamo.

-È arrivato il momento – mi dice – sono pronta! vieni, entra in casa ti preparo il caffè! –

di Claudio Maestrini

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