
Ludovica era indubbiamente una donna realizzata. Nata in una famiglia veneta di facoltosi imprenditori, si era distinta sin dalla più tenera età per l’intelligenza vivace. Bravissima a scuola, terminato il liceo classico si era trasferita a Venezia dove poi si era brillantemente laureata in Medicina. Master all’estero, pubblicazioni sul ruolo delle vaccinazioni in età pediatrica, specializzazione in Pediatria e un dottorato presso il suo Dipartimento veneziano le avevano ben presto aperto le porte della carriera universitaria. Nel giro di 20 anni dalla laurea Ludovica si era aggiudicato l’ordinariato. Naturalmente, per poter reggere il ritmo degli studi e delle pubblicazioni, aveva dovuto rinunciare a qualcosa. La sua vita privata era piuttosto disadorna: pochi e brevi amori, una sola amica del cuore, un gatto nero di nome Calimero. Per sua fortuna viveva vicino all’Accademia, in un appartamento all’ultimo piano con una vista strepitosa su canali e laguna. Panorama straordinario che condivideva solo con Calimero. Quando salivano sull’altana, lei si sedeva comodamente su una poltroncina di vimini e lui si acciambellava ai suoi piedi. Momenti sereni, quasi felici, con lo sguardo che si perdeva tra acqua e cielo. Ludovica dalla vita non chiedeva di più.
Un giorno, tra la posta regolarmente accatastata sulla sua scrivania, trovò un invito singolare. In occasione della Mostra del Cinema era stata invitata a una proiezione pomeridiana che sarebbe stata coronata da una cena presso uno degli hotel più esclusivi del Lido.
Ludovica rilesse l’invito almeno tre volte, incredula. Come mai era stata invitata proprio lei? Che compagnia sarebbe stata quella di una professoressa della Facoltà di Medicina per un noto regista romano con tutti i suoi attori? Il primissimo pensiero fu di rinunciare. Poi, riflettendoci con più calma, giunse alla conclusione che un’occasione del genere non le si sarebbe più ripresentata. Rispose, con un’email, confermando la sua presenza al doppio evento.
Quando comunicò la notizia a Clara, la sua migliore amica, fu investita da gridolini di gioia e poi da una ridda di domande. “E che vestito ti metterai? Lungo o corto? Nero o colorato? Giacca o scialle? Gioielli di famiglia o informale bigiotteria? Capelli raccolti o sciolti? Scarpe chiuse o sandali? Con tacco alto o basso?”
Assalita da mille dubbi, le sembrò di essersi infilata in un ginepraio. Quando Clara capì che la sua curiosità stava producendo effetti devastanti nella psiche abitudinaria della sua carissima amica smise di far domande e si dichiarò disponibile ad aiutarla. Sarebbero andate insieme in quella boutique vicino a Rialto… poi dalla parrucchiera… ma che problema c’era? Alla battuta: “Dai, Ludo, ma beata te! Chissà che darei per essere al tuo posto. E poi guarda che in quel film recita anche quell’attore figo… “ finalmente si calmò, respirò profondamente e decise di farsi consigliare, o per meglio dire condurre per mano, dalla sua simpatica e concreta amica.
Finalmente arrivò la fatidica data. Prese il traghetto e arrivò al Lido con un’ora di anticipo: elegantissima nel suo tubino nero e giacca verde giada imperiale. Aveva deciso di sfoggiare gli orecchini di smeraldo della sua povera zia Camilla, troppo importanti per essere portati quotidianamente. Era consapevole di essere in perfetta forma fisica e abbronzata. Con l’abbigliamento di quella sera sapeva di poter apparire agli occhi degli altri come “una splendida quarantenne”, come avrebbe detto Nanni Moretti.
La proiezione fu interessante e poi, finalmente, gli invitati si incamminarono verso l’hotel dove avrebbero cenato. Fu lì, durante l’aperitivo a buffet, che si svolsero le presentazioni. Ludovica poi fu invitata al tavolo dell’aiuto regista, dell’attrice principale e di altri attori che non conosceva. L’attore principale, invece, era al tavolo del regista e del sindaco. Peccato!
Si era tanto preoccupata dell’abbigliamento da sottovalutare gli argomenti di conversazione che sarebbero stati affrontati durante la cena. Questi attori che noia! Egocentrici, sempre pronti a snocciolare i loro premi e successi! Gli argomenti spaziavano dalla chirurgia estetica a pettegolezzi vari, dalle gaffes fatte al Festival di Cannes da quel tale giornalista fino alle ultime conquiste del regista. Ludovica non sapeva più dove guardare, cosa dire, che fare. Le pietanze, pur squisite, le sembravano una tortura perché le si bloccavano in gola. Niente sembrava scenderle nello stomaco. Respiro corto, sudorazione: che fosse un attacco di panico? Decise di andare in bagno per riprendersi. Mettendo i polsi sotto l’acqua fredda si sentì meglio! Un po’ di aria avrebbe completato la terapia salvifica. Uscì sulla terrazza che dava sulla laguna. Si inebriò di quella vista e dopo alcuni momenti di perfetta felicità decise di ritornare alla cena. Entrata nella sala vide che i suoi compagni di tavolo ridevano a crepapelle. Così, visti da qualche metro di distanza, sembravano delle macchiette. Patetiche creature, serve del mercato dell’immagine, costrette ad essere sempre giovani e aitanti. Che tristezza! Pensando al celebre film di Paolo Sorrentino le venne in mente una battuta che le strappò un sorriso: stava assistendo alla grande tristezza! Proprio così! Come aveva potuto essere sedotta, lusingata, da quello stravagante invito? Visto che nessuno si stava preoccupando per la sua assenza, Ludovica decise di tornarsene a casa. Guardò l’orologio e calcolò che il traghetto delle 22,00 l’avrebbe riportata dall’amato Calimero. Avrebbe avuto ancora del tempo per sé, lontano da quelle volgari creature, da quei mostri. Come un’elegantissima Cenerentola si dileguò nel buio della notte. Sul battello semideserto, respirò la brezza amica con i capelli al vento. Lasciandosi il Lido alle spalle si riprese da quel senso di straniamento che l’aveva tanto turbata. Rientrata nel suo rassicurante appartamento, mentre Calimero mangiava tranquillo i suoi croccantini al salmone, si mise al computer e rispose ai colleghi di Cape Town che avevano chiesto il suo intervento in un convegno che si sarebbe tenuto nella prossima primavera. Sarebbe volata molto volentieri in Africa, tra gente autentica non ossessionata dai falsi miti.
di Giovanna Checchi

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