
Antonio era rimasto ancora una volta senza lavoro. Una delle poche consolazioni che gli erano rimaste consisteva nel caffè e brioscia che si concedeva al bar Marina alle 15 spaccate di ogni pomeriggio, esclusa la domenica, giorno di chiusura. Non aveva altri “vizi”: non fumava, non beveva, non aveva donne da mantenere e tutto sommato poteva tirare ancora avanti per un po’ col denaro che era riuscito a mettere da parte. Le cose non andavano poi così male, anche se presto quella riserva sarebbe finita. «Ogni gran mucchio scema» ripeteva sempre sua madre, pace all’anima sua.
Anche quel primo pomeriggio estivo andò al bar. Faceva un caldo bestiale, le strade erano assolate e silenziose, per fortuna non doveva fare molta strada. Già pregustando l’aria condizionata che avrebbe trovato nel locale, pensò con ottimismo al futuro. Sentiva che sarebbe successo qualcosa di buono quello stesso giorno.
Marina sembrava aspettarlo in assetto di guerra dietro il bancone del locale vuoto. La donna, sulla sessantina, era sempre ingrugnita, sembrava perennemente incazzata. Pareva quasi che le si facesse un dispetto a rivolgerle la parola. Quanto a chiederle poi un bicchiere d’acqua del rubinetto, gratuita, manco a parlarne se non si voleva entrare in un’antipatica discussione sui costi di gestione. Insomma, non era un granché la barista, in compenso il bar era carino e soprattutto economico. Sul muro c’erano scritte spiritose sull’alcol. Un caffè e una brioscia costavano due euro, contro i due euro e quaranta che praticavano in media gli altri bar nelle vicinanze.
Quel giorno Marina sembrava ancora più di malumore del solito. Gli gettò un’occhiata torva come se entrando nel suo bar le avesse fatto una proposta oscena.
«Un caffè e una pasta vuota, per favore» chiese Antonio, calcando su quel “per favore”, per non dargli un involontario tono sarcastico.
La donna lo servì e il ragazzo mise mano al portamonete. Queste non bastavano, doveva ricorrere alla banconota da cinque euro che gli avevano dato di resto al supermercato quella mattina. Le porse a Marina e questa le infilò con malagrazia nella cassa. Gli porse poi due monete. Antonio stava per metterle via quando vide che quella che, a prima vista, sembrava una moneta da un euro, era un po’ strana. La guardò meglio. Marina notò quell’esitazione e, con gesto fulmineo, gliela strappò di mano e se la avvicinò agli occhi per guardarla meglio.
«Bravo!» disse «Questo non è un euro!»
«E cos’è?» domandò il ragazzo incuriosito.
«Vediamo… dunque… c’è scritto “one pound”.»
«Ah, una sterlina, e quanto vale in euro?»
La donna prese il cellulare e fece una rapida ricerca su Google.
«Vale 1,16 euro.»
Antonio pensò che tutto sommato avere quella moneta non gli avrebbe cambiato la vita. Stava per andarsene quando vide che la donna stava continuando la sua ricerca sullo smartphone.
«Questa moneta vale come minimo 750 euro» disse, con un sorriso maligno. «C’è l’immagine della regina Elisabetta, è diventata una rarità, inoltre è nuova di zecca.»
Il ragazzo ebbe un sussulto, mentre sentiva crescere dentro di sé un senso di amarezza, quasi di tristezza.
«Facciamo a metà?» disse d’impulso.
Marina, sempre molto accigliata, ci pensò un poco, mentre Antonio si stava di nuovo avvicinando al banco.
«Io purtroppo non saprei a chi rivolgermi per recuperare il valore reale di questa benedetta moneta… e poi con questo cavolo di Bar, chi ce l’ha il tempo di andare a fare le ricerche necessarie? In questo senso tu, Antonio, che ti lamenti di non avere un lavoro in questo periodo, potresti pensarci»
«Certo che potrei, dammi pure la moneta…», si inserì al volo il giovane.
«Aspetta!», esclamò Marina, che quando si trattava di soldi diventava ancora più scorbutica e ingenerosa del solito.
«Chi mi garantisce che non mi freghi, che magari sparisci e mi racconti di averla perduta. Oppure mi dici una frottola su quanto hai realizzato davvero?» sbraitò Marina, ficcando letteralmente gli occhi in quelli di Antonio come fosse in ballo il destino finale di loro due.
Il giovanotto fu preso dal desiderio di piantarla lì e mandare a quel paese Marina e la sua stramaledetta moneta da una sterlina. E stava proprio per uscirsene con un gran “vai a farti fottere”, quando, improvvisamente, fu preso da una calma olimpica. Si avvicinò ancora di più alla faccia di Marina e con la voce più rassicurante che riuscì a emettere le disse:
«Dove vuoi che vada senza il tuo caffè e la tua brioscia quotidiane? In quanto alla cifra che riuscissi a racimolare, stai serena Marina. Se riesco a trovare la persona giusta che mi riconosce il valore reale della moneta, la prima cosa che pretendo è una ricevuta scritta e firmata dove sia evidenziato il denaro che ricevo. È normale che su quel foglio troverai nome, indirizzo e numero di telefono del tizio e, se vorrai, potrai controllare il tutto»
Un ultimo, sonoro, grugnito accompagnò il gesto di Marina che si decise a porgere la moneta ad Antonio, insieme alla raccomandazione di tenerla informata degli eventuali progressi.
Appena fuori dal locale il giovane fu di nuovo colpito dalla cappa di caldo che stringeva come in una morsa, la città di Firenze. Desiderava solo raggiungere casa sua che, trovandosi al piano terra, riusciva a mantenersi un po’ meno insopportabile, come calore, del resto della città. Mentre si avvicina alla meta si ricordò di Giovanni, l’amico di sempre, appassionato di monete e collezionista delle stesse. Dovette fare una deviazione sempre sotto la canicola, ma ne valse la pena. Giovanni era in casa e fu felice di parlare, una volta tanto, con Antonio, di monete.
«Sono convinto anch’io che codesta moneta valga all’incirca la somma che ti ha detto Marina. Secondo me anche qualcosa in più. Ma per “monetizzare” il suo reale valore, devi trovare qualcuno che lo fa di mestiere. Io ti consiglio Roberto, che abita a Firenze sud, nella zona di piazza Gavinana, il quale, oltre a essere un valente numismatico, vive proprio dell’acquisto e della vendita delle monete. Tutti ne parlano come di una persona onesta, che valuta i valori reali degli oggetti, anche se, nessuno ha capito come faccia, poi sul mercato a riuscire a raddoppiare tali valori»
Dopo essersi scambiati delle battute sul carattere di Marina, il cui bar entrambi frequentavano per i prezzi vantaggiosi, i due amici decisero di recarsi insieme, previa telefonata, dal numismatico di Gavinana.
Roberto fu felice di riceverli e, ancora di più, di trovarsi di fronte una moneta che cercava da tempo e il cui valore, come disse ai due amici, superava ampiamente i tremila euro. E che quella, appunto, tremila euro, era la cifra che era disposto a sborsare loro anche perché un eventuale, ulteriore valore («ma si tratta di qualche centinaio di euro!», ci tenne a precisare) rappresentava il guadagno che anche lui si aspettava dalla vendita.
«Certo signora», rispose cortesemente Roberto a Marina che lo cercava sul telefono per accertarsi del valore che aveva scritto sulla ricevuta consegnatale da Antonio a dimostrazione dell’avvenuta vendita della moneta.
«Vede signora Marina, avrei anche potuto scrivere 650 o 700 euro, ma in qual caso non avrei avuto molti margini per ricavare anch’io il mio lecito guadagno dall’operazione.
Era passata una settimana dalla vendita della moneta e dall’accordo tra Antonio e Giovanni con Roberto.
Nella sua cameretta, al riparo dai solleoni, Antonio stava contando il mucchietto dei soldi che ancora gli restavano, e che la moneta da una sterlina aveva contribuito a rimpolpare. «Ogni gran mucchio scema… ma può anche ricrescere» disse tra sé pensando alla sua povera madre.
Tra poco era l’ora di uscire per il solito caffè con pasta da Marina. Si apprestava a spegnere il televisore con le sue infauste notizie quotidiane, quando fu colpito dalla notizia di coda. «Una curiosità per tutti i nostri telespettatori. Sembra provenisse dal nostro Paese la moneta, una delle poche battute all’asta da Sotheby’s a Londra. Pensate, una moneta del valore di una sterlina, l’unica contenente un ritratto di Elisabetta con un particolare cappellino, è stata acquistata per cinquantamila sterline, più di cinquantottomila euro!»

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