WEN – URBANISTICA – Architetture di libertà – Gabriella Zonno

Era una mattina grigia, il cielo di Milano sembrava coperto da una coltre di nebbia impenetrabile. Maria camminava con passo deciso lungo il viale alberato, il suono dei suoi tacchi rimbombava sull’asfalto umido. L’aria era satura di odori familiari: caffè, pane appena sfornato, e quel sottile sentore di smog che sembrava impregnare ogni angolo della città. Era in ritardo per un incontro importante, un incontro che sperava potesse cambiare qualcosa nel modo in cui veniva percepito e progettato lo spazio urbano.

Maria era un’attivista del movimento transfemminista, un gruppo che stava cercando di immaginare un diverso tipo di città, un luogo dove ogni donna potesse muoversi liberamente, senza paura o restrizioni. Da troppo tempo, pensava, la riqualificazione urbana era stata usata come un’arma contro le donne. Gli edifici venivano ristrutturati, le strade ripulite, ma la sicurezza delle donne decresceva a ritmi vertiginosi.

Arrivò alla Casa della Cultura dove l’incontro era stato organizzato. La sala era piena di persone, giovani e meno giovani, tutti con la stessa determinazione negli occhi. Maria si sedette in prima fila, pronta ad ascoltare e contribuire.

Sul palco, Marco, un urbanista con una lunga esperienza, stava già parlando. “La nozione di sicurezza e decoro,” disse, “è stata troppo spesso usata per giustificare politiche restrittive ed escludenti. Ma cosa succederebbe se, invece, pensassimo a una città progettata per proteggere e valorizzare ogni individuo, donne o uomini che siano?”

Maria annuì con vigore. Era quello per cui stava lottando. Ricordava troppo bene le storie di amiche e conoscenti, costretti a vivere in angoli nascosti della città, invisibili agli occhi di chi progettava le strade e gli edifici. Le loro vite erano state segnate dalla paura di essere molestate o, peggio ancora, violentate. Percepiva che qui, in questa stanza, c’era la speranza di qualcosa di diverso.

Quando fu il suo turno di parlare, Maria si alzò con un nodo allo stomaco ma con la voce ferma. «Abbiamo bisogno di una nuova visione,» iniziò, «una visione che non si limiti a rendere le città esteticamente gradevoli, ma che le trasformi in luoghi di vera inclusione. Ogni strada, ogni parco, ogni edificio dovrebbe essere progettato pensando alla sicurezza e al benessere di tutte le cittadine, non solo dei maschi.»

La sala esplose in un applauso. Maria continuò, sentendosi sempre più sicura. Parlò delle tante volte in cui i concetti di sicurezza e decoro erano stati usati come paravento, ma nella realtà le donne non erano più libere di uscire da sole. Troppi episodi di violenza si erano verificati, confermati dalla cronaca nera. «Dobbiamo iniziare a vedere le donne  come esseri umani con diritti e bisogni.»

Dopo l’incontro, Maria uscì dalla Casa della Cultura con una nuova speranza. Mentre camminava per le strade della città, le sembrava di vederle con occhi diversi. C’era ancora tanto lavoro da fare, ma per la prima volta, sentiva che non era sola in questa battaglia. Avrebbe continuato a lottare per una città che non solo accogliesse tutte le donne, ma che celebrasse la loro presenza, trasformando lo spazio urbano in un vero luogo di libertà e inclusione.

Gabriella Zonno

Rispondi