
Egli era ovunque
Da ere impercorribili
Dal tempo degli elfi e dei nani e dei troll
Dal tempo dei fescennini e delle tragedie
Dal tempo dei velociraptor e degli iguanodonti
Dal tempo dei trilobiti
Dal tempo del ribollire di vulcani e geyser
Dal tempo dell’universo tenebroso
Era nell’erba spettinata
Era nelle foglie ingiallite
E pronte all’estremo volo
Era nell’aria frizzante
Era gigante sconfinato
Disteso
Disteso nella terra
Diffuso
Era terra egli stesso
Era la Terra.
Era linfa e nutrimento.
Poi venne l’attimo fuggente dell’Uomo
Il cigolare delle ruspe
Il rombo pestilenziale
E mani d’acciaio scavarono
Affondarono nella sua carne viva
Egli non pianse e non urlò
Era abituato a essere ferito
Da ogni ferita sgorgava nuova vita
Lo sapeva
Riversarono su di lui asfalto
Piantarono colonne e pareti di cemento
Cemento armato
Cemento pronto a lottare e resistere
Cemento che non si sarebbe lasciato cancellare
Non domani e neppure dopodomani.
Egli si scosse
Cercò di allontanare quei corpi estranei
Ma il suo moto era vano
Nessuno s’avvide di lui
Crebbero case
Crebbe un enorme palazzo
Fluirono strade
Serpenti neri
Che avvolsero gli alberi
Che inghiottirono l’erba
Per la prima volta
In millenni
In ere
Egli pianse
Pianse rugiada
Che non si poté posare
fatata
Su foglie e petali
Ma fu solo fango
Fango e umido
Pianse e l’Uomo coibentò le sue case
Per tenere lontano il suo pianto
Pianse e le fogne portarono via il suo dolore
Mescolato agli umori dell’Uomo
Mescolato ai suoi rifiuti
Ma ecco una risata argentina s’udì
S’udì un passo saltellante
S’udì una fresca gioia:
Era il Bambino
Era il Bambino che prendeva possesso
Possesso della sua nuova dimora
Il Bambino si distese
Il Bambino poggiò l’orecchio al suolo
E sentì il suo pianto
Il pianto che strisciava nel profondo
Cantò allora una nenia antica
Ed Egli la riconobbe e ne fu confortato
E il Bambino gli parlò
Ed Egli rispose
E il Bambino l’intese
Perché il Bambino sapeva riconoscere
Quel linguaggio scaturito dall’origine del mondo
E il Bambino portò con sé i suoi fratelli
E con loro vennero altre risate
E spensieratezza e speranza
Ed Egli smise di piangere
Anzi sorrise
E anche l’Uomo sorrise
E ancor più la Donna
E la grande casa si popolò
Si popolò di vita
Non più solo piccoli animali
Ma Uomini, Donne e Bambini
Ed egli capì che anche loro
Erano vita
Che anche loro erano parte di lui
E fu sereno
Era grande e saggio
Ma non conosceva il futuro
Era antico e sapiente
Ma il suo intelletto era modesto
Sorrise
E gli Uomini e le Donne e i Bambini
Riempirono i giardini
Piantarono alberi novelli
Fecero scorrere ruscelli
Non più artigli d’acciaio
A scavare nella terrosa carne
Non più fumo
Fumo di foreste preistoriche liquefatte
La vita fluiva
Egli danzò.
Danzarono gli Uomini
Danzarono le Donne
Danzarono i Bambini
E i fiori e gli alberi e i cani e i gatti
E i topi e le volpi e donnole e i fringuelli
E i passeri e i corvi e i piccioni
E le nubi e le stelle e le galassie lontane
E i grilli e le formiche e le pulci
E
– Orrore –
il lungo scuro serpente sciolse sinuoso le sue spire
Scosse il lungo corpo nero
Incantato
Ma le pulci e le formiche e i grilli
Senza paura
Salirono sul suo dorso
E danzarono
E il serpente si fece mansueto
E allora chiamarono il serpente Strada
Il suo nome fu
Fu Strada della Pulce
E tutti danzarono
Danzarono sul suo scuro dorso
Ora baciato paterno dal sole
E la grande casa aprì le sue porte
Spalancò le sue finestre
E lasciò entrare il vento e il sole
E il vento e il sole danzarono
Nell’ingresso e nei corridoi
Egli danzava
Danzava in ogni cosa
Danzava tutt’attorno
Egli danzava
E ancora danza
Danza.
Danza.
Firenze, 25-27/10/2003
tratto da “Il terzultimo pianeta” di Carlo Menzinger di Preussenthal

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