
Stavamo pattugliando questa pietraia quando siamo stati attaccati.
Davanti agli occhi rivedo nitido l’assalto, poi un proiettile ha trapassato l’elmetto e sono sprofondato nel buio.
Un colpo di striscio e quei maledetti mi hanno creduto morto.
Al risveglio ero l’unico sopravvissuto anche se forse ancora per poco: il mezzo ridotto a una carcassa fumante, niente armi, niente cibo, niente acqua e niente per comunicare. Avevano rubato quel che potevano portar via, e distrutto il resto.
Non siamo neanche riusciti a inviare al comando la nostra posizione, la solita tecnologia che ti molla quando ne hai bisogno.
Quindi che faccio? Resto qui a rosolare in attesa di un’improbabile recupero, o cerco aiuto?
In attesa di decidermi, perlustro la zona in cerca di qualcosa di utile.
Dopo una mezz’ora rimiro il magro bottino: il coltello nascosto nella scarpa, pezzi di fil di ferro, brandelli di sacco a pelo bruciacchiati, una torcia stilo, una borraccia rotta.
Unisco la stoffa con il filo, vi avvolgo il tesoro e tento il cammino a ritroso.
Marcio ormai da parecchio, avrei dovuto incrociare il segnale dove abbiamo svoltato all’alba, invece nulla.
Il vento ha spostato ciottoli e sabbia e nascosto la pista.
Mi sono perso nel deserto. Sono demoralizzato, la ferita fa un male boia, ho sete, fame e sonno. Comincio a invidiare la sorte dei compagni.
«Dove cacchio sono?» grido al vento.
Infine inciampo nei miei piedi e stramazzo a terra. Non ho neanche la forza d’imprecare, chiudo gli occhi e mi lascio andare.
Quando li riapro il paesaggio è strano, sfuocato direi. Intravedo una figura,femminile vestita di bianco. Ha un braccio alzato che indica a destra. Balzo in piedi, e le corro incontro.
«Chi sei? Come sei arrivata fin qui?» biascico con la bocca secca al pari di un prosciutto stagionato, lei però si volta e scompare. «No! Aspetta! Non andartene» imploro, poi mi riprendo. Devo avere la febbre alta, ho le visioni.
Inutilmente cerco d’orientarmi, attorno solo sabbia, cielo terso e sole che ferisce gli occhi.
«Perso per perso, a questo punto può andar bene anche andare a destra.»
Riprendo il cammino con passo strascicato, l’aria è rovente e incendia i polmoni.
Per un bel po’ non penso a nulla, solo a mettere un piede avanti all’altro.
I colori cambiano, le ombre si allungano, sembra meno caldo. Comincio a prestare attenzione al paesaggio di una bellezza impressionante.
«Non ho neanche il cellulare per scattare una foto.» Poi scoppio a ridere, una risata demente, isterica, irrefrenabile. Che cacchio me ne faccio di una foto? Tanto tra poco sarò morto.
D’impeto salgo su una piccola altura e quel che vedo mi sgomenta: solo il vuoto.
Oddio, guardar a bene qualcosa c’è.
Strizzo gli occhi e nell’aria tremolante riconosco il profilo della donna, che stavolta indica a sinistra, poi si volta e s’incammina, svanendo dietro la duna successiva.
«Maledetta africana! Ti hanno mandato loro per tormentarmi vero? Ma io non cadrò nella trappola! Andrò nella direzione opposta!»
Il vento tuttavia si fa impetuoso e mi rende ardua l’impresa. Ma sì, andiamo a sinistra. Così magari mi sparano e la facciamo finita.
Ci metto un’eternità a raggiungere il punto dove lei è scomparsa, mi arrampico fin sulla cresta e per una attimo lo sconforto ha la meglio.
Aspetta un attimo, cos’è questo rumore portato dal vento?
Tendo l’orecchio e mi metto in attento ascolto. Sembrano belati di pecore. Continuo verso sinistra, passo una duna poi l’altra e infine lo vedo: poche palme, un pozzo e attorno un accampamento beduino.
Sono salvo.
di Laura Gronchi

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