Avevi dieci anni quando, per la prima volta, mi lasciai sorprendere da te. Quanto tempo era passato! La mia attenzione si era fatta forse meno vigile. Ero affacciato al pozzo che si trovava accanto al venerando faggio, noto in paese come l’Albero delle Fate, e guardavo le nuvole passare sotto di me, riflesse nell’acqua, quando tu cominciasti a calare il tuo secchio. Trasalii. Ti guardai e rimasi impietrito, mentre un brivido gelido gocciolava lungo la mia schiena. Sentii dentro di me il fragore del secchio che sprofondava nell’acqua. Sentii il rombo delle onde nel secchio oscillante tra le pietre umide. Tu raccogliesti la tua acqua con un pezzo del mio cielo e te ne andasti come se io non fossi stato là. Sprofondai in un silenzio cosmico.

Ero veramente là o sognavo? Il tuo sguardo mi trapassò. Due volte. La prima nel senso che passò attraverso di me senza scorgermi – ero lì? Ero lì? – e la seconda nel senso che mi scosse come un fremito che durò fino a sera. Cessò solo nel momento in cui divenni consapevole di una grande verità: potevo starti accanto anche alla luce del sole senza morire, senza liquefarmi sotto il fuoco dei tuoi occhi.
Bene.
Bene. Fino allora si può dire che per me eri stata solo un’apparizione. Da quel momento in poi capii che poteva essere diversamente. Esattamente l’opposto.
Quella notte stessa tornai a farti visita ma non mi limitai a sussurrarti il tuo nome. Ti diedi delle istruzioni. Ti dissi di recarti nel Bois Chenu, il piccolo bosco magico dalle querce secolari, il magico regno dei folletti.
Non pensavo che tu potessi sentirmi. Non pensavo che tu potessi ubbidirmi. Eppure quella mattina, mentre ti aspettavo tra gli alberi, ero sorretto dalla folle speranza che tu veramente potessi venire. Sapevo del timore che incuteva quel bosco nei bambini. Molte erano le leggende, antichissime, che si narravano su quel luogo. Come potevo pensare che una bambina guidata da un sogno osasse sfidare elfi infidi e gnomi maligni e recarsi da sola nel bosco dalle antiche immense querce dai rami contorti e dalle ombre spettrali?
Infatti, qualunque altra bambina non sarebbe venuta ma tu sì. Non avevi paura di nulla. La paura l’avevi sconfitta, ricacciata in un angolo della mente anni addietro. Avevi imparato a difenderti da sola, a bastarti. Una bambina solitaria non può permettersi di aver paura. La voce delle antiche querce sussurranti non avrebbe certo potuto intimorirti. Non ti avrebbe spaventato lo scricchiolio sinistro del sottobosco dai mille segreti.
Ti vidi arrivare ed ero così emozionato che saltai fuori del mio nascondiglio. Ero in alto, su una salita, ed avevo il sole proprio dietro la testa. Questa volta mi vedesti. O meglio vedesti qualcosa di misterioso e soprannaturale. Una strana creatura avvolta dalla luce. Mi fissasti senza fuggire. Io penso che l’avrei fatto. Infatti, a fuggire fui io. Rimasi per un attimo immobile nella mia posa angelica quindi mi girai su me stesso e, quasi strisciando, per non esser più visto, scappai a nascondermi tra le fronde, correndo a perdifiato come un cerbiatto braccato da una muta di cani feroci. Quando rientrasti a casa, raccontasti a tua sorella Catherine di aver visto un angelo.
“Era tutto splendente. Era l’angelo più bello che sia mai esistito. Io credo che fosse l’Arcangelo Michele”.
“Hai le traveggole, Jeanne, ecco cosa. Passi troppo tempo a pregare ed ora ti sogni gli angeli anche da sveglia. Sempre che fossi stata sveglia, poi. Non è che ti sei addormentata nel bosco, eh? Io dico che dormivi alla grande, altro che apparizione, altro che angelo e angelo… ti sei fatta una bella dormita, ecco cosa”.
Brano tratto dal romanzo “Giovanna e l’angelo” di Carlo Menzinger di Preussenthal


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