WEN – VISIONE – La bambina con i boccoli – Manna Parsì

   “Mi ero trasferita da poco in città per lavoro e per fortuna trovai casa a due isolati di distanza.

Il palazzo non era nuovo e neanche bello, ma tutto sommato era in buone condizioni. Il mio appartamento aveva due stanze con finestre che si aprivano su una piccola piazza con alberi e qualche panchina, spesso occupate da anziani.

La mattina uscivo presto per andare al lavoro. Ogni giorno dovevo consegnare almeno ottanta pacchi in tante parti della città che conoscevo poco ed era faticoso con il navigatore che ogni volta indicava un percorso diverso. Perciò la sera subito dopo cena mi addormentavo per la stanchezza.    

   La mia padrona di casa era una donna minuta con capelli lunghi e grigi intrecciati intorno la testa. Somigliava un po’ alle fraulein allegre che circondavano Fuhrer nelle sue visite. Aveva un carattere buono e deciso. Il primo giorno mi dettò tutte le regole per una pacifica convivenza. “Lei mi paghi puntualmente. Non inviti ospiti, in particolare uomini. Non faccia rumore durante le ore di riposo e vedrà che si troverà benissimo qui”. La signora inoltre mi rassicurò che per il momento solo io e lei abitavamo nel palazzo e gli altri appartamenti erano liberi.

  Una settimana dopo il mio arrivo, stavo facendo colazione al bar davanti casa. La commessa mi avvicinò e sotto voce mi chiese se abitavo nella casa dei fantasmi. Non le risposi. Ero infastidita da quella domanda impertinente. Lei a vedere la mia reazione si ritirò e disse di stare attenta, perché alla vecchia mancava qualche rotella. Spesso in un quartiere tutti sanno di tutti e  ciascuno si fa una propria idea del vicinato. Ora che finalmente avevo trovato una casa tutta mia e un lavoro decente in una grande città niente mi avrebbe fermato, nemmeno la gente pazza.

   Una volta la padrona mi raccontò che sopra il mio appartamento c’era una mansarda, che durante gli anni difficili della guerra aveva affittato ad una famiglia di profughi. “Siccome le guerre non finiscono mai l’ho lasciata libera per i prossimi bisognosi”, ribadì.    

Dopo un paio di mesi per qualche sera sentii dei passi veloci e corti dalla mansarda. Come se un bambino corresse avanti e indietro. Non diedi molta importanza, perché per la stanchezza mi addormentavo e mi risvegliavo il giorno dopo con pochi ricordi della sera prima. Un week end di inizio inverno presi un bel raffreddore e rimasi per tre giorni a casa. In quelle sere sentivo i passi molto più distintamente. Addirittura percepivo anche il suo respiro quando si addormentava. Allora decisi di parlarne con la padrona e lei mi disse che nella mansarda c’erano topi e di non preoccuparmi perché era una casa vecchia e i rumori non mancavano. Tornai nel mio appartamento e cercai di dormire, dovevo guarire presto perché non avevo il certificato di malattia.

Una sera verso mezzanotte sentii colpire il mio soffitto. Una voce di bambina mi chiese se volevo giocare con lei. Terrorizzata corsi a chiamare la padrona. Lei fredda e irritata mi rispose che era “la solita storia” e impaziente prese le chiave della mansarda e vi salimmo. Ovviamente non trovammo nulla eccetto una bambola di pezza buttata al centro della stanza. Tornai nella mia casa mortificata e talmente impaurita che non riuscii a chiudere occhio per tutta la notte.

   Passarono i giorni. Ogni notte la bambina cantava, ballava, giocava alla settimana e coccolava la sua bambolina. Dalla voce e dal rumore delle scarpine avevo immaginato una bambina paffutella, con il vestitino corto e i boccoli biondi come l’attrice Shirley Temple. Diverse volte andai su e cercai di aprire la porta ma senza successo. Decisi di comunicare con lei in un altro modo. Ogni sera prima che lei cominciasse a giocare, lasciavo delle caramelle davanti alla porta e il giorno dopo non c’erano più. Allora rimasi sveglia per vedere chi l’aprisse, ma rimaneva chiusa tutta la notte. Però le caramelle sparivano lo stesso. Cominciai ad indagare interrogando la gente del quartiere. Tutti parlavano di una famiglia emigrante che avevano visto entrare in quella casa ma mai uscire.

La bambina diventava sempre più insistente. Voleva che io giocassi con lei e se io non accettavo piangeva. A volte per tutta la notte. Decisi di andarmene via e … “.

“Eh no, Teri. Non puoi lasciare la casa”.

“Si che posso”.

Entra l’infermiera, “Alba perché non hai preso la medicina? Oggi è mercoledì e tutte e due avete la seduta con il dottor Piani”, disse.

“La prossima volta io abito al piano di sopra e tu fai la padrona”.

“La padrona no. Non mi piace”.

“Basta con questo gioco, adesso andiamo”, disse l’infermiera trascinando fuori le due donne litigiose dalla loro camera.                

di Manna Parsì

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